Perché la NBA ci tiene svegli alle due del mattino
Cos’è che ci spinge a mettere la sveglia alle 2 del mattino, a trascorrere le ore successive della giornata a elemosinare un qualsiasi momento per sonnecchiare, fosse pure ad occhi aperti?
La domanda è ovviamente retorica, e la risposta va cercata nell’argomento principale di questo progetto: la storia della NBA. Eppure, volendo approfittare di questo interrogativo, potrebbe essere interessante scavare ancora più a fondo.
Mettiamo la sveglia nel cuore della notte, immedesimandoci perfettamente in zombie provenienti da The Walking Dead, solo ed esclusivamente per amore del gioco. Ma qual è l’elemento che rende il mondo della palla a spicchi americana così magnetico per noi appassionati spaparanzati sul divano da quest’altra parte dell’oceano?
Senza ombra di dubbio, quell’elemento è la componente di imprevedibilità che si cela, per sua stessa natura, dentro lo sport, e in particolar modo nella pallacanestro. Ci sono squadre favorite e sfavorite, giocatori forti e meno forti, ma questo non basta per rendere scontato uno sport del tutto imprevedibile. Lo sport, d’altronde, è fatto di esseri umani, quindi di corpo, nervi, spirito, cuore e temperamento. Se bastasse mettere in fila tante belle figurine, allora i Los Angeles Lakers del 2004 non avrebbero potuto far altro che vincere contro i Detroit Pistons, e senza appello.
Perciò, senza troppi giri di parole, ciò che ci spinge a seguire così assiduamente la lega sono i grandi Upset NBA. Ma cosa sono di preciso? Vittorie impronosticabili da parte di squadre o singoli sportivi le cui chance di successo alla vigilia di un evento o di una manifestazione sportiva erano considerate basse, se non nulle.
Come tifosi, tendiamo a empatizzare maggiormente con lo sfavorito, il famoso underdog, con chi è costretto a inseguire. Ed è proprio questo l’argomento principale che tratteremo in questa rubrica: parleremo dei più grandi upset della storia della pallacanestro, cercando di collocare le partite, le serie dei Playoff NBA o le cavalcate in questione nel loro preciso contesto temporale, sociale e sportivo.
Da dove nasce il termine “Upset”?
Da dove deriva questa parola così evocativa che dà anche il nome alla nostra pagina? Sebbene in inglese significhi letteralmente “capovolgere” o “sconvolgere”, l’uso sportivo del termine per indicare il trionfo dello sfavorito è legato a una sorta di leggenda metropolitana appartenente al mondo dell’ippica.
Sebbene i linguisti abbiano dimostrato che il termine fosse già diffuso nello sport americano fin dalla fine dell’Ottocento, il mito giornalistico lo associa alla definitiva consacrazione avvenuta nel 1919. In quell’anno, un cavallo dal nome curiosamente profetico, Upset appunto, sconfisse in volata l’invincibile Man o’ War, un purosangue fino a quel momento imbattuto. Da quel giorno, “upset” è diventato il termine ad hoc per descrivere l’impossibile che diventa realtà.
Il primo grande Upset della storia NBA: il “Mucchio Selvaggio” del 1969
Ma quale fu il primo grande colpo di scena del basket americano? Volendo sorvolare sugli albori della lega, il primo vero scossone moderno fu senza dubbio quello consumato dai Boston Celtics ai danni dei cugini gialloviola nel 1969.
L’epilogo andò in scena in una leggendaria Gara 7, quella dei palloncini già precocemente appesi al soffitto e di Jerry West premiato come MVP delle Finals pur nella sconfitta (primo e unico giocatore nella storia a ricevere tale riconoscimento da perdente). Fu l’undicesimo titolo dei biancoverdi, l’ultimo firmato da Bill Russell nell’ormai desueto duplice ruolo di giocatore-allenatore.
Per cogliere la portata dell’impresa bisogna però ricordare come il 1969 sia tutt’altro che un anno qualunque da quelle parti: l’America è scossa dalle proteste per il Vietnam, si prepara alla missione Apollo 11 e, al cinema, trionfano le pellicole anti-sistema della Nuova Hollywood. Non è un caso che quei Celtics ricordino curiosamente proprio i protagonisti del film uscito in quei mesi, Il Mucchio Selvaggio: un gruppo di vecchi e logori guerrieri pronti a dare tutto per un’ultima, sanguinosa cavalcata.
Nonostante i fasti precedenti, i Celtics arrivavano a quelle NBA Finals come quarta e ultima testa di serie, con un roster logorato dall’usura del tempo e dalle ferite di mille battaglie. Oltre a Bill Russell (35 anni e alla sua personale Last Dance), ci sono Sam Jones (36 anni) e il sottovalutato per antonomasia del mondo NBA, John Havlicek (29 anni), vero motore di quell’edizione dei biancoverdi.
Dall’altra parte, a rappresentare il glamour in tutte le sue forme troviamo degli scintillanti Los Angeles Lakers, che al già più che discreto duo formato da Elgin Baylor e Jerry West avevano aggiunto, durante la off-season, il più fiero oppositore dello stesso Russell sotto le plance: The Big Dipper, al secolo Wilt Chamberlain.
La svolta di Gara 4 e il dramma di Gara 7
A dispetto dei pronostici che vedevano i Lakers nettamente favoriti, la serie si rivela una guerra senza quartiere. Con i californiani avanti 2-1, Gara 4 diventa il primo grande spartiacque. Sotto 88-87 a pochi secondi dalla fine, i Celtics battono una rimessa decisiva, approfittando di un infausto pallone perso dai gialloviola.
A rimettere in gioco è, ironia della sorte, un certo Bryant, che di nome fa Em. Bryant serve Havlicek, il quale, vedendo Sam Jones uscire dai blocchi sulla linea del tiro libero, decide sorprendentemente di passargli la palla. Il numero 24 dei Celtics scocca un tiro a metà strada tra un floater e un jumpshot che buca la retina. 89-88 Celtics, serie in parità e inerzia emotiva capovolta.
La sfida giunge così alla decisiva Gara 7 al Forum di Los Angeles. È qui che l’arroganza del proprietario dei californiani, Jack Kent Cooke, tocca vette bizzarre, per non dire altro: in vista di una vittoria ritenuta matematica, fa appendere centinaia di palloncini gialloviola al soffitto, pronti per essere liberati a mo’ di celebrazione anticipata, per coronare un’epica, se pur, va detto, scontata vittoria (d’altronde siamo a pochi passi da Hollywood).
Tutto bellissimo, sia chiaro, se non fosse che i padroni di casa devono fare i conti con le condizioni del loro capitano, Jerry West, che decide di scendere in campo stringendo i denti nonostante ben due infortuni invalidanti. Bill Russell, diabolico come pochi altri, capisce come indirizzare il piano partita: dominerà a rimbalzo in difesa, mentre i compagni spingeranno in contropiede a ogni occasione possibile, attaccando in modo sistematico l’acciaccato West.
L’intuizione di Russell (che in retrospettiva potrebbe sembrare quantomeno prevedibile) dà ai Celtics il vantaggio iniziale necessario per compiere l’impresa. Nonostante una furibonda rimonta dei Lakers nel finale, che proprio non resistono all’impulso di guardare verso l’alto dopo aver segnato ogni canestro, i vecchi e malconci Celtics vincono la partita 108-106, conquistando l’undicesimo titolo in tredici anni. I palloncini di Cooke rimangono amaramente ancorati al soffitto del Forum, testimoni inermi di un upset che mai nessuno avrebbe potuto pronosticare.
Per i californiani si consuma l’ennesimo dramma a tinte gialloviola: i Lakers hanno appena perso una serie che, nella loro testa, avevano già vinto. È la beffa delle beffe, come quel tale che tenta disperatamente di rimettere il tappo in una bottiglia di champagne stappata troppo presto, rendendosi conto che ormai è fisicamente impossibile farlo rientrare: un brindisi strozzato in gola e una festa cancellata a un passo dall’esplosione. Lo sa Wilt, lo sa Baylor (che non vincerà mai un titolo con i gialloviola) e lo sa soprattutto Jerry West, simbolo tangibile della maledizione perpetrata nei confronti dei Lakers da qualche dispettoso dio leprecauno.
E proprio mentre Cooke si dispera, frenando a stento l’istinto di bucare uno a uno quei maledetti palloncini, Red Auerbach — coach di praticamente tutti i successi dei Celtics (in gran parte ottenuti contro i Lakers) e ormai diventato general manager della franchigia — non riesce proprio a trattenere le risate di scherno in direzione dei rivali storici e del proprietario.
Un premio dal gusto amaro
La storia nella storia, tuttavia, è proprio quella del maledetto Jerry West, che chiude una serie monumentale da 38.0 punti, 7.4 assist e 4.7 rimbalzi di media. Il leggendario numero 44 gioca talmente bene da meritarsi il premio di MVP delle Finals, nonostante la sconfitta.
Il vecchio Jerry, uscito dal campo stringendo tra le mani il trofeo, probabilmente lo avrebbe volentieri scaraventato via (come ci mostra anche la serie Winning Time). Non dimenticherà mai quel giorno, tormentato a vita dallo spettro non solo di quella mancata vittoria, ma di tutte le volte in cui i leprecauni avevano finito per festeggiare e lui per disperarsi. Neanche un titolo fuori tempo massimo, ottenuto nel 1972 contro i New York Knicks, sarebbe servito a risanare le ferite del futuro logo della NBA.
Il filo rosso del parquet
Ed è proprio qui che si chiude il cerchio, riportandoci alla fantomatica sveglia che squarcia il silenzio delle due del mattino. Perché seguire la NBA non è semplicemente un passatempo; è un atto di fede laica, una scommessa a perdere contro il sonno, la stanchezza e i ritmi canonici di ogni essere umano.
Lo facciamo perché sappiamo che, all’interno di quei ventotto metri di parquet, nessun copione potrà mai essere scritto con inchiostro indelebile. Lo facciamo per l’ebbrezza generata dal momento in cui i pronostici saltano, i palloncini dei favoriti restano tristemente appesi al soffitto e un gruppo di vecchi guerrieri o, perché no, di giovani in rampa di lancio, trova la forza di compiere un’ultima impresa.
Gli Upset NBA sono la prova tangibile che lo sport non risponde alle leggi fredde della matematica, ma è una splendida, caotica e imponderabile faccenda umana. E finché esisterà la possibilità di vedere Davide abbattere Golia, noi appassionati continueremo a puntare quella sveglia. Pronti a perdere il sonno, pur di essere testimoni della storia.
