Brandon Jennings e il viaggio ai confini del basket

Brandon Jennings e il viaggio ai confini del basket

Draft Stories

Tudor Calin

Il percorso di sviluppo di un prospetto diretto all’NBA, specialmente per uno del livello dei Brandon Jennings nel 2008, è normalmente molto semplice: circuiti scolastici, un anno di college e draft NBA. Eppure negli anni sono nati percorsi alternativi per raggiungere la meta della National Baksetball Association, alcuni decidono di saltare il college e volare direttamente in NBA, altri preferiscono affinare le loro capacità per più anni nel circuito, mentre i più coraggiosi, primo tra tutti Brandon Jennings, decidono a 18 anni di cambiare continente e giocare in una lega professionistica europea.

Nel 2008 Brandon Jennings era in capo al mondo, il talento considerato numero uno all’interno del circuito scolastico statunitense era senza ombra di dubbio promesso alla squadra che avrebbe ottenuto la prima scelta nella draft a cui avrebbe partecipato. Jennings era considerato un floor general, con una velocità ed un dinamismo che portarono gli esperti a paragonarlo a Mighty Mouse Damon Stoudamire, Nick Van Exel o addirittura Allen Iverson. Il suo talento lo portò quindi a dover scegliere il suo futuro collegiale con molta tranquillità: continuando con le prestazioni messe in campo fin ora in un qualsiasi college di alto livello, il suo futuro in NBA sarebbe stato garantito.

La scelta del college da frequentare divenne quindi principalmente di natura personale, dando priorità ad università vicine alla sua terra natia della California come USC, UCLA o Stanford e a college che avrebbero potuto garantirli immediatamente spazio da titolare per poter mantenere il suo livello di prospetto numero 1.

Inizialmente il college che soddisfò entrambi i criteri era la USC, tuttavia il coach Tim Floyd decise di portare in squadra un’altra guardia, Angelo Johnson, che avrebbe conteso i minuti in campo con Jennings. L’idea fu quella di creare una sorta di competizione che potesse tirare fuori il meglio da entrambi, idea che non andò assolutamente a genio a Brandon, il quale aveva come priorità assoluta il suo sviluppo personale per raggiungere l’NBA.

Jennings decise quindi di ritirarsi dall’USC e di cercare nuovi programmi collegiali adatti alle sue richieste. Tra tutte le papabili destinazioni, decise di legarsi all’università dell’Arizona: vicina a casa, pronta a dargli spazio come titolare e con il bonus aggiunto di avere un allenatore leggendario come Lute Olson ad allenarlo.

Tutto perfetto per Brandon Jennings, almeno fino all’inizio del 2008, quando coach Olson scomparì misteriosamente dalla panchina degli Arizona Wildcats senza dare alcuna spiegazione; per tutta la fine della stagione NCAA i Wildcats furono allenati da un allenatore ad interim e il coach Olson, che in passato sviluppò giocatori di altissimo livello come Mike Bibby, Jason Terry e Gilbert Arenas, non partecipò più alla stagione. Il motivo fu un infarto che subì e che decise di nascondere ai media nella speranza di poter tornare ad allenare rapidamente, ma che sfortunatamente lo portò a ritirarsi.

Pur avendo perso una delle motivazioni principali per il suo trasferimento ad Arizona, Jennings rimase fiducioso e sicuro della sua scelta, avrebbe anche avuto la possibilità di giocare con il suo amico Jerryd Bayless, unitosi ai Wildcats nella stagione 2007/08 e anch’esso molto felice di palleggiare con Jennings come suo secondo. Sorprendentemente però la prima stagione di Bayless fu un successo inaspettato da tutti, portandolo a scegliere di partecipare al draft 2008 e abbandonare i Wildcats.

Così, un altro dei motivi che portarono la guardia californiana a scegliere Arizona come università scomparì, aggiungiamo anche i problemi che Jennings stesso ebbe con i suoi SATs, il test obbligatorio per il completamento delle superiori negli Stati Uniti (dovette dare il test ben tre volte) e il matrimonio tra Jennings ed Arizona sembrò sempre più impossibile.

Il futuro per Jennings divenne di colpo incerto e confuso, non era neanche particolarmente interessato a sperimentare la vita da universitario, ma a causa delle nuove regole imposte nel 2005 venne vietato per qualsiasi giocatore entrare in NBA senza aver partecipato almeno un anno al sistema collegiali. Il futuro per Brandon Jennings era di colpo cupo e confuso, presto però apparve davanti a lui una via mai percorsa prima di lui.

Jennings stesso racconta che un giorno si trovò nel traffico californiano insieme a sua madre, quando alla radio sentì un intervista tra Mychal Thompson e Sonny Vaccaro in cui il dirigente italo americano si pose la domanda sul perché i giovani giocatori invece di andare al college non andassero all’estero a giocare per farsi le ossa e guadagnare qualche soldo in più. Dopotutto, l’idea era sensata, il livello di gioco era ben più alto, i giovani potevano imparare sul campo da giocatori già esperti e il sistema collegiale poteva essere completamente circumnavigato.

Vista la situazione con Arizona e la effettiva possibilità di giocare all’estero, il 9 Luglio 2008 Brandon Jennings decise di abbandonare l’università dell’Arizona e di giocare un anno all’estero. Nessun giocatore del suo livello prima d’ora aveva mai preso una scelta così radicale, Brandon Jennings era ufficialmente diventato un pioniere.

L’esplorazione di terre all’epoca sconosciute per un atleta statunitense del suo livello e della sua età lo portò a scegliere come destinazione la Lottomatica Roma, all’epoca ai vertici della pallacanestro italiana, il trampolino di lancio perfetto per un giocatore con grandi ambizioni; eppure il viaggio fu arduo e tortuoso per Jennings: Il suo gioco era basato sull’essere il motore della squadra, avere sempre la palla in mano e distribuirla, utilizzare la sua velocità e finesse per segnare ed essere sempre in campo, ma la Roma non è Arizona e la lega italiana non è l’NCAA.

L’obiettivo della squadra della capitale non era quello di sviluppare il talento di Brandon Jennings ma di vincere lo scudetto, pertanto il talento fu rilegato da un ruolo minore in campo: una media di 17 minuti a partita ed un ruolo più off-ball, senza avere la palla in mano e senza poter creare per sé stesso e per gli altri.

I problemi di Jennings non si ridussero semplicemente a fattori di campo, lo shock culturale per un ragazzo di 18 anni cresciuto tutta la sua vita tra California e Virginia nel trasferirsi in una città come Roma fu pesantissimo, portandolo a non riuscirsi mai ad abituarsi alla vita da professionista europea e a non integrarsi mai completamente, né con la squadra che con la città. Il risultato di questa scelta mai vista prima d’ora fu una stagione deludente per Jennings lontana dalle luci della ribalta ed un secondo posto in serie A per la Roma, obiettivo mancato per entrambi e con l’arrivo dell’estate fu momento anche di salutarsi e tornare negli Stati Uniti per la draft.

Di ritorno dall’Italia, Brandon Jennings comprese presto le conseguenze della sua decisione. Il suo anno sotto tono nel basket professionistico portò il suo nome a scendere nelle gerarchie della draft 2009, portandolo ad essere scelto dai Milwaukee Bucks con la decima scelta, una vera e propria delusione per colui che era solamente un anno prima il prospetto più desiderato della pallacanestro, delusione che sarebbe stata ancora più grande per lui se i Bucks non avessero deciso di rischiare con un prospetto così atipico: tutte le squadre dopo Milwaukee non erano particolarmente interessate a Jennings e molto probabilmente lo avrebbero snobbato, portando a scendere nell’ordine della draft ed uscire dalla lotteria.

La scelta di giocare all’estero seppur penalizzò il Brandon Jennings 18enne, non comportò conseguenze negative sul resto della sua carriera. Jennings ebbe una carriera rispettabile, sia con i Bucks che con le sue successive squadre e se non fosse stato per i numerosi infortuni che lo colpirono durante la sua carriera avrebbe potuto raggiungere l’All star game o chissà quali altri livelli; diventa forse logico domandarsi se non avesse deciso di rivoluzionare il percorso giovanile dei cestisti americani come si sarebbe evoluta diversamente la sua carriera.

Le esplorazioni cestistiche di Brandon Jennings non terminarono nel 2009: dopo una carriera di 9 anni in NBA che seppur non riuscì a raggiungere le promesse delle superiori fu senza dubbio più che rispettabile, il californiano decise di intraprendere altre due spedizioni, una prima in Cina agli Shanxi Brave Dragons ed una in Russia allo Zenit di Saint Pietroburgo, rendendo Jennings una sorta di James Cook della pallacanestro, esploratore degli antipodi del mondo cestistico. 

La decisione di  Jeannings pur non avendo l’effetto rivoluzionario che Sonny Vaccaro potesse aspettarsi, fu di ispirazione per numerosi atleti che decisero di abbandonare il sentiero già battuto migliaia di volte ed esplorare altre leghe per prepararsi alla draft. Giocatori come Jeremy Tyler, Emmanuel Mudiay e Lamelo Ball affrontarono anch’essi questi viaggi impervi con livelli di successo vari, basati sulla lega che hanno scelto, sull’adattamento al nuovo paese, sulla loro personalità o anche semplicemente sulla fortuna che hanno avuto.

La scelta di cambiare paese per sviluppare il proprio talento fu notata anche dall’NBA stessa, che anni dopo la prima esplorazione Jenningsiana decise di creare una via di mezzo per i prospetti attraverso la ormai defunta “G League Ignite”, squadra della G league creata con l’obiettivo di sviluppare talenti pronti per l’NBA, oppure l’Overtime Elite League, una lega dedicata specificatamente allo sviluppo dei talenti giovanili, ma anche il progetto “Next Stars”, creato dalla lega australiana dell’NBL con l’obiettivo di preparare i giovani ad un livello professionistico.

I giocatori che hanno intrapreso queste nuove vie sono ormai numerosissimi, Jalen Green, Scoot Henderson e Matas Buzelis sono tutti prodotti della G League Ingite, i gemelli Thompson provengono entrambi dalla Overtime League e Lamelo Ball, Alex Sarr e il neo scelto Karim Lopez si sono fatti tutti le ossa nella NBL Tutti loro hanno seguito percorsi che non sarebbero mai stati costruiti senza il primo passo di Brandon Jannings, che non sarà diventato una delle stelle della Serie A o dell’NBA, ma avrà per sempre un posto nella storia come il primo prospetto ad aver abbandonato il sentiero del college ed aver esplorato i confini del basket.