Gli Infiniti Fallimenti dei Sacramento Kings
Negli ultimi 25 anni, l’NBA ha subito forse più cambiamenti di qualsiasi altra lega sportiva: dalle regole di gioco all’evoluzione tattica, dal modo in cui lo sport viene diffuso e consumato dai tifosi ai territori in cui viene promosso, l’NBA di inizi anni 2000 e quella odierna potrebbero non essere catalogate neanche come lo stesso sport. Tuttavia, una singola costante accomuna l’NBA di inizio secolo con quella contemporanea: i Sacramento Kings sono sempre stati lo zimbello della lega.
L’eredità fallimentare dei Sacramento Kings
La NBA è tra tutte le leghe sportive una delle più egualitarie e “socialiste”: in uno sport in cui il talento singolo può spingere una squadra intera a passare da fanalino di coda a testa di serie e tale talento può essere acquisito semplicemente vincendo una lotteria annuale, è semplice riscontrare nella storia della lega numerosissime franchigie che hanno alternato periodi di grandi successi ad epoche di ricostruzione, dando a quasi tutte le squadre la possibilità di competere per il titolo massimo multiple volte durante la loro storia.
Sembra perciò quasi impossibile che possa esistere una squadra che in quasi 80 anni di storia abbia raggiunto i playoff solamente 33 volte, che stia vivendo un periodo in cui ha raggiunto i playoff una sola volta in 20 anni e che si trovi in una situazione del genere per la seconda volta nella sua storia. Eppure, la verità è che nel capoluogo di una delle regioni culturalmente ed economicamente più importanti al mondo si trova proprio una squadra con questa storia.
I Sacramento Kings sono un paradosso di incompetenza: pur essendo uno dei membri fondanti dell’NBA e la squadra dalle origini più antiche ancora viva (la versione originale dei Kings, i Rochester Seagrams, fu fondata nel 1923!), non sono mai riusciti a costruire un pedigree che rappresenti l’importanza storica che la squadra ha avuto, perché la realtà dei fatti è che la squadra cestistica più antica ancora in vita non ha alcun tipo di rilevanza storica.
Dopo il 1951, anno in cui i Rochester Royals, una delle molte maschere che i Sacramento Kings hanno indossato, vinse il titolo, la storia dell’NBA potrebbe essere tranquillamente scritta senza mai nominarli e nulla cambierebbe. Dopo l’unica annata vincente della propria storia, i Royals/Kings hanno raggiunto le finali di conference solamente due volte, raggiungendo nel mentre un record di franchigia di .456, diventando la quarta squadra per partite giocate nella storia e la 24esima per partite vinte. Nemmeno l’opportunità di avere una delle più grandi leggende dello sport nella propria squadra per nove anni, “The Big O” Oscar Robertson, ha portato la squadra a creare l’alone di rispettabilità che meriterebbe.
I brevi attimi di gloria
La storia dei Sacramento Kings ha però permesso ai suoi tifosi di vivere dei brevissimi attimi di gioia circondati da un buio eterno. Nel 1980-81, pur avendo un record finale negativo di 40-42, riuscirono a raggiungere le finali di conference contro gli Houston Rockets, anch’essi dark horses con un record negativo uguale ai Kings. Nelle finali di conference dovettero affrontare una squadra guidata da un Moses Malone in stato di grazia che all’epoca contendeva il titolo di miglior giocatore al mondo e portò i suoi Rockets praticamente da solo alle Finals.
Per quanto sorprendente fosse stata l’annata dei Kings, il livello tra le due squadre era chiaramente diverso e i Kings, che all’epoca si trovavano a Kansas City, furono sconfitti, tornando l’anno successivo a bazzicare nuovamente nelle aree mediocri della classifica a cui erano ormai tanto abituati da più di 15 anni.
Il vero momento glorioso della storia dei Kings arrivò a cavallo del XXIesimo secolo, quando finalmente divennero una squadra seria che potesse mettere in discussione i giganti dell’ovest. Nel 1998, durante un’estate particolarmente turbolenta per la NBA, in cui avvenne il primo lockout della sua storia, i Sacramento Kings decisero di rifondare completamente la squadra: con la settima scelta al draft di quell’anno decisero di ingaggiare “White Chocolate” Jason Williams, una delle pochissime scelte azzeccate al draft di tutta la sua storia, ottennero in free agency il lungo Vlade Divac e scambiarono Mitch Ritchmond ed Otis Thorpe, per Chris Webber nello scambio più importante della storia dei Kings.
La nuova squadra, capitana da Rick Adelman, diede immediatamente segnali positivi, ottenendo un record di vittorie positivo per la prima volta in 16 anni e raggiungendo i playoff, dove vennero sfortunatamente eliminati dagli esperti Utah Jazz al primo round. Poco male, perché finalmente i Sacramento Kings avevano una parvenza di continuità e speranza; lo stesso roster, con l’aggiunta di Peja Stojakovic, il tiratore scelto serbo, continuò negli anni successivi a vincere e convincere, ottenendo, nel 2001, per la prima volta in quasi quarant’anni 50 vittorie.
Una statistica per comprendere il livello al quale i Sacramento Kings hanno operato per la maggior parte della loro storia: nello stesso periodo che i Kings hanno impiegato per ottenere una stagione da 50 vittorie, i San Antonio Spurs hanno completato 12 stagioni da 50 vittorie, una seconda statistica? Per il primo decennio di questo periodo gli Spurs non esistevano.
L’oasi del 2002 e il ritorno nel baratro
Il 2002 sembrava finalmente l’anno in cui la maledizione si sarebbe spezzata e i Kings avrebbero smesso di essere lo zimbello della NBA. Oltre ai già citati Webber, Stojakovic e Divac, si aggiunsero alla squadra Mike Bibby, Doug Christie e Hedo Turkoglu, rendendo i Kings una corazzata capace di stare al passo delle migliori squadre nella lega, in modo particolare con i Lakers di Shaq e Kobe.
L’ascesa dei Sacramento Kings combaciò con la creazione del superteam di Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e Phil Jackson a fine secolo; l’ennesimo della storia di una squadra che per tutta la sua esistenza si è praticamente sempre trovata ai poli opposti dei Kings e che ancora oggi rappresenta il sangue blu dell’NBA, che ripudia squadre dalla storia patetica come quella dei Kings.
Già nel 2000, quando le due squadre si incontrarono al primo round dei playoff, cominciò a svilupparsi una sorta di rivalità, alimentata dal percepito trattamento di favore da parte degli arbitri nei confronti dei Lakers e dalla mancanza di disciplina davanti ai microfoni di Shaq (in un’intervista post partita definì Rick Adelman un “idiota, […] piangendo e lamentandosi mi risveglierà”). La serie fu vinta dai Lakers con non poche difficoltà che, dopo aver sconfitto i nuovi rivali, ottennero facilmente il loro primo titolo del nuovo ciclo. Le squadre si incontrarono nuovamente l’anno successivo, questa volta al secondo round, ma il risultato fu lo stesso: vittoria Lakers e dominio di Shaq.
I Kings ebbero una terza opportunità, questa volta nelle finali di conference e da favoriti. Con il record migliore di tutta la lega, lo scontro con i Lakers era inevitabile anche quest’anno. Le finali di conference del 2002 tra i Sacramento Kings e i Los Angeles Lakers sono ricordate ancora oggi per essere le più controverse della storia dello sport. Tra pesanti dichiarazioni da parte di entrambe le squadre, contestazioni riguardanti i favoritismi arbitrali nei confronti dei Lakers ed un apparente tentativo da parte dei tifosi dei Kings di avvelenare Kobe Bryant, la serie raggiunse un punto di tensione che esplose in gara 7, in cui i Lakers riuscirono a vincere per il rotto della cuffia.
Per il terzo anno di fila, i Sacramento Kings vennero eliminati dai loro acerrimi rivali; questa sconfitta bruciò più di tutte le altre, poiché rappresentava la grande opportunità di zittire le voci che da anni li deridevano e li trattavano come lo zimbello dello sport.
Un giorno di ordinaria sofferenza per i Sacramento Kings
Gli anni successivi per i Kings rappresentarono un lento e graduale ritorno al livello a cui gli appassionati dello sport erano ormai abituati: nel 2003 persero al secondo round contro i Mavericks di Dirk Nowitzki in una serie combattutissima, in cui i Sacramento Kings diedero il meglio di loro e mostrarono al mondo che erano ormai parte anche loro della royalty della lega; tuttavia in gara 2 arrivò il momento che sancì la loro fine.
Verso la fine del terzo quarto, Doug Christie tira un lob per Chris Webber che porta l’ala grande di Sacramento a fare un movimento brusco del ginocchio, causando uno strappo del crociato anteriore e la fine della sua carriera ai grandissimi livelli che aveva sfoggiato negli ultimi 5 anni.
L’anno successivo, gli dei del basket decisero di punire i Sacramento Kings per essersi permessi di avvicinarsi ai più alti livelli dello sport; una squadra come la loro per troppo tempo si è permessa di competere con i veri nobili del basket americano e perciò andava punita nel modo più doloroso possibile. Al secondo round dei playoff, dopo aver reintegrato in squadra CWebb, che pur non essendo più ai livelli degli anni precedenti rimaneva il leader tecnico e spirituale della squadra, i Kings incontrarono i Minnesota Timberwolves guidati da Kevin Garnett, il quale nel 2004 stava vivendo un’annata senza precedenti che lo incoronò come MVP e miglior giocatore al mondo.
L’ironia della sorte stava nel fatto che l’idolo di KG era proprio Chris Webber, il giocatore che negli anni più lo ispirò e sul quale basò il suo gioco, si trovava contro di lui sul parquet, senza però essere più il Webber che aveva cercato di emulare, ma una mera ombra dell’ala grande che per anni aveva conteso con Shaq il titolo di miglior giocatore al mondo.
La serie fu combattutissima, ennesima serie in cui i Kings raggiungevano gara 7 ed ennesima serie in grado di spezzare i cuori dei suoi tifosi. Dopo aver visto il futuro della NBA davanti ai suoi occhi, una sua versione più giovane e migliore in qualsiasi aspetto, CWebb si trovava con la palla in mano a due secondi dalla fine; sotto di tre punti, l’unica possibilità che aveva per portare la partita all’overtime e continuare a lottare per il titolo e per la gloria che in passato aveva semplicemente assaporato. Webber decise quindi di tirare un tiro da tre, uno dei quattro che tentò per tutti i playoff di quell’anno.
Come potete immaginare, gli dei basket decisero di spezzare il cuore di Webber e dei tifosi nel modo più crudele possibile: la palla colpisce il ferro, gira per due volte e si avvicina a pochi millimetri dall’entrare, ma come ipnotizzata la palla decide di non passare per il canestro e finire fuori. La storia dei Sacramento Kings può già finire con questo canestro mancato.
Lo zimbello della NBA
Il 2004 non fu l’ultimo anno ai playoff di questa squadra; riuscirono a partecipare ad altre due edizioni, senza però concludere niente di rilevante. Nel 2006 vennero sconfitti dai San Antonio Spurs al primo round in 6 gare, una squadra con cui solamente tre anni fa si contendevano il primato di miglior squadra al mondo si sbarazzò di loro con estrema facilità, portando il front office a decidere di ricostruire tutta la squadra.
La decisione di ricostruire i Sacramento Kings ha portato i tifosi a vivere una sorta di inferno dantesco per quasi due decenni, in cui i fallimenti sono arrivati su tutti i fronti: 15 anni senza un record di vittorie positivo, di cui 7 anni di fila con un record finale di meno di 30 vittorie, un limbo eterno in cui ogni scelta al draft ed ogni scambio si sono rivelati la scelta sbagliata e nel 2023, quando finalmente riuscirono a costruire nuovamente una squadra degna dei playoff, l’attimo magico scomparve immediatamente, portando i Kings nuovamente nei bassifondi della classifica.
La cosa più sorprendente è la crudele ironia della sorte che ha accompagnato i Sacramento Kings. Ogni scelta che hanno fatto in questi vent’anni si è rivelata sbagliata. Nel 2009. ad esempio. scelsero come guardia del futuro al draft Tyreke Evans, tre sclete dopo i Warriors reclutarono Stephen Curry come guardia del futuro. Nel 2018. con la seconda scelta al draft, reclutarono Marvin Bagley III, subito dopo di lui chi venne scelto? Luka Doncic. Nel 2022, i Kings dovettero decidere chi rendere il centro della loro ricostruzione, De’Aaron Fox o Tyrese Haliburton? I Kings ovviamente scelsero il giocatore sbagliato, tradandolo qualche anno dopo.
In ogni singolo anno di questi due decenni possiamo trovare una scelta incomprensibile, che sembra sia stata fatta non per il bene della squadra ma per massimizzare la sofferenza dei tifosi, come se ogni General Manager della squadra avesse assunto le sembianze di un diavolo faustiano, che ha come obiettivo principale l’umiliazione e la sofferenza dei fan dei Sacramento Kings.
Un futuro di dolore
Il futuro per i Kings non sembra particolarmente roseo, dopo una stagione terminata con sole 22 vittorie e la settima scelta al draft, la squadra di Sacramento ha deciso di reclutare Darius Acuff Jr. Sicuramente un giocatore che può rappresentare un faro di speranza per i tifosi, ma che vedendo il livello dei 3 migliori giocatori del draft, sembra solo l’ennesimo scherzo crudele ai danni dei Sacramento Kings.
La NBA si trova in un periodo di grande transizione, in cui i campioni del passato sono ormai al termine della loro carriera, mentre quelli del presente stanno cominciando a fare spazio alle nuove leve. Nuove squadre emergeranno e nuovi talenti diventeranno grandi, ma la costante rimarrà sempre una: i Sacramento Kings saranno lo zimbello dell’NBA.

