Effetto Farfalla: David Robinson, Duncan e la dinastia mai nata

Effetto Farfalla

Tudor Calin

La dinastia degli Spurs, che ha reso la squadra il modello esemplare di franchigia per qualsiasi squadra NBA, è in realtà basato su delle fondamenta estremamente fragili: senza gli infortuni casuali di David Robinson nel 1997, Tim Duncan non sarebbe mai approdato alla squadra texana. In questo episodio di Effetto Farfalla ci domanderemo cosa sarebbe accaduto senza quegli infortuni al mondo NBA, che carriera avrebbe avuto Tim Duncan e come sarebbe cambiato il mondo NBA.

Per comprendere l’impatto dell’”Ammiraglio” David Robinson sulla squadra e su tutta la lega negli anni 90, analizziamo brevemente la sua capacità di dominio sull’NBA. Sin dal suo approdo ai San Antonio Spurs nel 1989, Robinson ha dominato sotto tutti i punti di vista: Statistiche da capogiro (25.6 Pts. 11.8 Reb e 3.6 Blk a partita), sempre in lotta per il titolo di MVP e dominio assoluto sul parquet, specialmente in una lega all’epoca in cui il dominio fisico dei lunghi era l’unico modo per una squadra (che non avesse in campo un certo Michael Jordan) di poter ambire al titolo.

David Robinson era una garanzia, uno dei pochi giocatori che potesse fare da solo una squadra intera e che potesse garantire vittorie a valanga; tant’è che nei suoi primi sette anni di carriera gli Spurs non scesero mai sotto le 47 vittorie e furono una presenza continua nei playoffs. L’impatto di David Robinson era però un’arma a doppio taglio: se la sua presenza era la garanzia del successo di San Antonio, cos’era la squadra senza di lui? Lo abbiamo visto nella stagione 1996-97, quando a causa di un infortunio prima alla schiena e successivamente al piede, l’ammiraglio giocò solamente 8 partite e gli Spurs divennero una delle squadre peggiori di tutta la lega, con un record di 20-62.

Gli infortuni di David Robinson però arrivarono al momento perfetto, poiché permisero a San Antonio di vincere la lotteria di quell’anno e ottenere un talento generazionale come quello di Tim Duncan. La storia da qui in poi la conosciamo tutti: titoli a valanga, venti anni continui di presenza ai playoff e mai una stagione sotto le 50 vittorie. Tuttavia è lecito domandarsi, se l’Ammiraglio non si fosse mai infortunato, che fine avrebbe fatto Tim Duncan? dove sarebbe finito? Come sarebbero cambiati vent’anni di storia NBA?

Facciamo un passo alla volta; senza l’infortunio David Robinson e gli Spurs avrebbero avuto una delle loro tipiche stagioni da 50 vittorie, valido per il quinto seed in Western Conference di quella stagione più simile ad un bagno di sangue che ad una lega cestistica; al primo round avrebbero incontrato i Los Angeles Lakers con un Kobe Bryant appena sbarcato in terra NBA ed uno Shaquille O’Neal ancoraincapace di contrastare l’olimpo dei lunghi della lega.

Gli Spurs avrebbero vinto il primo round e incrociato gli Utah Jazz, pronti a tutto pur di raggiungere le finali e sconfiggere nuovamente i San Antonio Spurs. La vittoria per la squadra di Salt Lake City sarebbe arrivata come nella stagione precedente, portando San Antonio a scontrarsi nuovamente contro un muro e a non raggiungere le finali.

Il resto della stagione sarebbe proseguito come tutti sappiamo, tuttavia la draft sarebbe cambiata drasticamente. Gli Spurs non avrebbero avuto più la prima scelta assoluta; bensì tale lusso, il lusso di poter avere nella propria squadra uno dei giocatori migliori della storia, sarebbe andato ai Denver Nuggets, una franchigia all’epoca totalmente allo sbaraglio e senza prospettive: Tim Duncan, “The Big Fundemental”, sarebbe diventato il loro faro, la loro unica speranza per raggiungere una qualsiasi sorta di successo.

In questo mondo alternativo, la stagione di successo degli Spurs avrebbe portato altri importanti cambiamenti al resto della draft, Keith Van Horn ad esempio sarebbe diventato un giocatore dei Boston Celtics, ma il nome più importante tra tutti sarebbe stato quello di Tracy McGrady, Tmac infatti non sarebbe diventato un giocatore di Toronto Raptors, bensì sarebbe finito ai Golden State Warriors.

Prima di parlare della ipotetica carriera di TMac ai Warriors, torniamo ai San Antonio Spurs. La squadra, capitanata esclusivamente da David Robinson, avrebbe continuato a dominare la seconda metà degli anni 90, scontrandosi più e più volte con gli Utah Jazz e i Los Angeles Lakers, riuscendo a raggiungere le finali di conference nel 1999, dove avrebbero incontrato i Portland Trail Blazers.

La squadra dell’Oregon dopo l’era Drexler si era trasformata in una vera e propria cooperativa del canestro, in cui non spiccava il singolo talento ma la capacità collaborativa del collettivo, capeggiato da Isiah Rider, Arvydas Sabonis, Rasheed Wallace, Damon Stoudamire e Brian Grant; una squadra estremamente moderna e con idee nuove; degne della fine del secondo millennio, che trovava davanti a sé un monolito degli anni 90 e del basketball che fu.

I Trail Blazers in questo mondo con la loro capacità di guardare al futuro dello sport avrebbero sconfitto l’Ammiraglio e la sua ciurma arrivata ormai agli ultimi capitoli, raggiungendo così le finali, dove però avrebbero perso contro i Knicks di Pat Riley, liberando la squadra di New York dalla loro maledizione 27 anni prima.

Le mancate finali del 99 sarebbero state la pagina conclusiva degli Spurs di David Robinson e Gregg Popovich, la celeberrima dinastia non sarebbe mai sbocciata senza Tim Duncan e il rapporto cestistico tra lui e coach Popovich, causando una trasformazione radicale nel tessuto di tutta la pallacanestro statunitense.

Senza il duo Tim Duncan- Gregg Popovich, gli Spurs non avrebbero mai vinto alcun titolo, non avrebbero mai partecipato a due decadi di playoff consecutive e gli altri due talenti fondamentali della dinastia, Tony Parker e Manu Ginobili, non sarebbero mai approdati a San Antonio. Le loro carriere sarebbero state ovviamente differenti da quelle che conosciamo tutti noi; ovviamente il talento dei due è indiscusso, tuttavia è lecito domandarsi se in circostanza diverse, in franchigie meno competenti, sarebbero stati in grado di avere l’impatto fondamentale sulla storia della pallacanestro che tutti noi conosciamo.

Tornando al protagonista di oggi, la nuova vita di Tim Duncan ai piedi delle Rocky Mountains del Colorado non sarebbe stata rose e fiori. I Denver Nuggets negli anni 90 e 2000 furono una delle franchigie più disfunzionali e fallimentari della lega, realizzando numerosi record negativi e non impattando in alcun modo sul mondo NBA. Tuttavia, con Duncan a comando della squadra, la situazione sarebbe finalmente migliorata.”The Big Fundemental” è sempre stato sin dal suo primo passo su un parquet NBA, una “sure thing”, una garanzia assoluta per la sua squadra e uno dei pochissimi giocatori capaci sempre di assicurare vittorie e qualità.

Il talento di Tim Duncan avrebbe quindi portato senza alcun dubbio un grande miglioramento in confronto ai pessimi records dei Nuggets della seconda metà degli anni 90, tuttavia non sarebbero mai riusciti ad ottenere risultati concreti a causa dell’assenza di leadership in panchina e dell’assenza di qualità in campo oltre a Duncan. La situazione sarebbe diventata sempre più difficile, portando Tim Duncan a domandarsi se il suo futuro era davvero a Denver o se dovesse cambiare aria. Nel 2000 arriverà la risposta: una chiamata di Doc Rivers (avvenuta anche nel nostro mondo) avrebbe convinto Tim Duncan ad abbandonare i Nuggets ed unirsi agli Orlando Magic insieme a Grant Hill.

Gli Orlando Magic di inizio anni 2000 che tutti noi conosciamo furono guidati dal duo Grant Hill – Tracy McGrady, un duo sulla carta capace di far sentire la propria voce ma che nei fatti non riuscì a combinare niente; in questo mondo alternativo però il duo non ebbe mai opportunità di nascere. La scelta di TMac di unirsi alla squadra di Disneyland fu causata dai pochissimi spazi che ebbe a Toronto, portandolo a scegliere di cambiare aria e diventare finalmente protagonista.

In questo mondo però la situazione sarebbe stata diversa: ai Golden State Warriors non avrebbe trovato la stessa competitività nella squadra e avrebbe potuto più facilmente ritagliarsi uno spazio da protagonista. Già nella sua prima stagione avrebbe aiutato la squadra ad ottenere risultati migliori di quelli a noi conosciuti, diventando il perno su cui la squadra avrebbe costruito il suo futuro prossimo.

Pur essendo il catalizzatore di successi positivi nel breve termine, la storia tra TMac e i Warriors non avrebbe mai portato a dei veri successi, neanche con l’arrivo di Gilbert Arenas nel 2002, causando McGrady a richiedere di essere scambiato alla ricerca di possibilità migliori. La parentesi TMac a San Francsico avrebbe però causato uno stravolgimento nella storia NBA totalmente inaspettato: Nella draft 1998 i Warriors non avrebbero più avuto la quinta scelta, bensì una verso metà draft; al loro posto la quinta scelta sarebbe andata ai Dallas Mavericks, i quali avrebbero seguito il loro piano di arruolare in squadra Dirk Nowitzki, mentre la scelta successiva sarebbe caduta nelle mani dei Sacramento Kings, i quali avrebbero reclutato Vince Carter.

La scelta di reclutare Vince Carter nel 1998 avrebbe totalmente cambiato la traiettoria dei Sacramento Kings. La squadra, dopo aver ottenuto anche Mike Bibby nel 2001, avrebbe messo in campo il quintetto migliore di tutta la lega, capitanato da uno dei duo più esplosivi che non sono mai esistiti: Vince Carter e Chris Webber, accompagnati dal già citato Mike Bibby, Peja Stojakovic e Vlade Divac sarebbero diventati la squadra da battere a inizio anni 2000.

Questa squadra avrebbe incontrato sulla sua strada ad ogni playoff i Los Angeles Lakers, altra forza dominante di quel periodo, creando un duopolio assoluto che nessun’altra franchigia avrebbe mai potuto contrastare. La storia probabilmente si sarebbe ripetuta nel 2000 e 2001, tuttavia l’anno della terza sfida tra le due squadre, il 2002, sarebbe stato il momento propizio per i Sacramento Kings.

Il livello cestistico che Carter riuscì ad esprimere in quel periodo, unito alla qualità di tutta la squadra, avrebbero finalmente reso possibile la sconfitta del duo Shaquille O’Neal – Kobe Bryant, portando i Kings a raggiungere le loro prime finali e ad incontrare i New Jersey Nets capitanati da un Jason Kidd incapace di contrastare l’infinito talento della squadra californiana.

Vince Carter e i Sacramento Kings sarebbero quindi stati i campioni del 2002, portando la nascita di un’epoca NBA in cui la squadra del capoluogo californiano avrebbe avuto il ruolo di guardiano del trofeo e di ultimo ostacolo per chiunque volesse mirare alla vittoria totale. Tutto grazie ad un infortunio mai avvenuto cinque anni prima.

Gli ultimi nodi da sciogliere riguardano l’evoluzione delle carriere di Tim Duncan e Tracy McGrady; in questo mondo i due avrebbero vissuto entrambi carriere simili, costellate da un’incapacità delle rispettive dirigenze di costruire squadre vincenti intorno a loro. L’esperienza di Tim Duncan ai Magic probabilmente non avrebbe mai portato a successi concreti (così come fu per i Magic di inizio 2000) e lo avrebbero costretto nuovamente a girovagare per la lega alla ricerca di un successo collettivo che chissà se sarebbe mai arrivato.

Stesso destino per TMac, i Warriors di inizio 2000 si dimostrarono incapaci di costruire una squadra vincente e avrebbero costretto TMac a cambiare anch’esso aria, racimolando numerosi trofei individuali ma senza raggiungere la massima gloria. Chissà se probabilmente in questo mondo i due non si sarebbero mai incontrati e avessero deciso di diventare un duo, forse in quel caso avrebbero finalmente ottenuto il risultato che entrambi tanto agognarono e che si meritavano.