Stats Attack: Vince Carter e il paradosso del sabotaggio

Stats Attack 1×03: Vince Carter, il paradosso del sabotaggio

  • TS% (True Shooting Percentage): Misura l’efficienza reale al tiro, combinando e pesando insieme tiri da due, da tre punti e tiri liberi in un unico dato.
  • Usage (Usage Rate): Stima la percentuale dei possessi offensivi di squadra che un singolo giocatore “consuma” (concludendoli con un tiro, un fallo subìto o una palla persa) mentre è in campo.
  • PER (Player Efficiency Rating): Sintesi statistica dell’efficienza al minuto di un giocatore, parametrata su una media standard della lega fissata sempre a 15.0.
  • BPM e DBPM (Box Plus/Minus): Stima del contributo netto di un giocatore al punteggio di squadra (calcolato su 100 possessi). Il DBPM (Defensive Box Plus/Minus) ne isola esclusivamente l’impatto difensivo.
  • VORP (Value Over Replacement Player): Il valore totale cumulativo apportato da un giocatore alla sua squadra in una stagione, rispetto a una normale riserva.
  • Win Share: Metrica matematica che stima il numero di vittorie dirette che un singolo giocatore ha prodotto per la propria franchigia.

Concetti Analitici e Tattici

  • Long-mid range: La fascia di tiro dalla media/lunga distanza, scoccato a ridosso della linea dei tre punti.
  • Power Plays: Giocate ad altissima percentuale di realizzazione (come schiacciate o comodi tiri al ferro) che costringono le difese avversarie a collassare per proteggere il canestro.
  • Gravity (Gravità): L’attrazione che un grande attaccante esercita costantemente sulla difesa avversaria, “svuotando” le altre zone del campo e creando così facili vantaggi per i compagni.
  • Portability (Portabilità): La capacità di un giocatore di essere ugualmente letale, utile ed efficiente in qualsiasi contesto o sistema tattico, senza calare di rendimento anche qualora venga affiancato da altre grandi stelle.
  • Ball handler: Il portatore di palla; colui che gestisce, costruisce e smista il gioco in attacco.

Vince Carter non è stato solo schiacciate. L’analisi tattica e psicologica di un talento NBA generazionale, frenato dalla fatale arte di improvvisare.

“La spontaneità è una virtù meravigliosa, ma non quando si spinge fino all’improvvisazione nei dettagli importanti.” — Max Weber

Potrebbe non esserci uno sportivo professionista in grado di incarnare meglio questo postulato.

Già, perché Vince Carter è stato — prima di ogni altra cosa — un concentrato di spontaneità abbacinante, in grado di folgorare chiunque abbia visto — anche solo per sbaglio, di sfuggita — un suo singolo gesto atletico o tecnico. Carter aveva tutto per essere un talento generazionale, uno di quelli da ammirare e a cui guardare con la lacrimuccia, anche a distanza di venti, trent’anni dalla sua venuta: bello da vedere, in grado di volare (letteralmente), carismatico, un vero e proprio magnete per le telecamere di tutto il mondo, ma soprattutto maledettamente forte a giocare a pallacanestro.

Perché, se si parla di Vince Carter, il più grande equivoco è quello di pensare che fosse “solo” il più grande schiacciatore della storia. Vinsanity è stato un giocatore dalla completezza rivoltante, anche dieci-venti anni avanti per quanto concerne il suo ruolo.

Guardia/ala piccola di 1,98 m, in grado di mettere la palla per terra, correre in transizione come un velociraptor e inchiodare schiacciate atleticamente ed esteticamente dalla bellezza tracimante. Ma, per chi non lo avesse mai visto giocare, oltre alla visione degli highlights, per comprendere appieno quanto l’ex Raptor fosse completo potrebbe essere utile mettere sotto il microscopio le sue tendenze al tiro.

Come da tradizione delle guardie dell’epoca, circa il 23 per cento delle sue soluzioni in attacco proveniva dalla zona denominata long-mid range (a circa un passo dalla linea da tre punti), mentre il 12 per cento proveniva dalla media distanza ravvicinata, per un totale del 35 per cento della sua intera produzione offensiva. Tirando con il 40 per cento dal long-mid range, Vince Carter generava circa 0.80 punti per possesso: un dato oggi ritenuto insostenibile, ma che all’epoca era nella norma per quanto concerne le guardie di quel tipo.

Durante gli anni del peak di Toronto, finiva al ferro con uno sconvolgente 61,3 per cento a fronte del fatto che il 23 per cento dei suoi tiri totali arrivasse da questo tipo di soluzioni. La capacità di Vince Carter di finire al ferro con una simile percentuale di realizzazione generava power plays in grado di far collassare la difesa e di creare vantaggi per i compagni scoperti, rendendo la sua gravity oltremodo difficile da gestire per le squadre avversarie.

A questa onnipotenza realizzativa, Vince Carter aggiungeva un’altra dimensione clamorosa. Smentendo chi, ancora oggi, lo accusa di Scoring Blindness (la cecità da punteggio), Carter era un passatore eccellente. Assorbiva il 30 per cento dello Usage, ma creava costantemente per gli altri alimentando la Global Offense della sua squadra. Lo dimostra una Assist Percentage (AST%) in carriera vicina al 20 per cento, con picchi che sfioravano il 25 per cento durante gli anni in New Jersey. Aveva letteralmente tutto il bagaglio tecnico per essere un top 15 All-Time.

Non potevi battezzarlo in alcun modo; poteva giocare con o senza palla, creando vantaggi continui per i compagni e non consentendo alle difese di mandare aiuti facili a coprirlo. Allo stesso tempo, la sua portability — ovvero la capacità di mantenere il proprio livello di gioco a prescindere dalla conformazione della squadra nella quale si trovasse e a prescindere dalla presenza di altre star — era realmente considerevole.

Eppure — perché si arriva sempre ad un “eppure” quando si parla di Vince Carter —, il fatto di poter tirare in questo modo e di poter contare su così tante soluzioni faceva sì che si specchiasse spesso nel proprio tiro, evitando di andare al ferro se non per chiudere con qualche schiacciata spettacolare.

Il lato più emblematico dell’etichetta che spesso gli veniva affibbiata, quella di essere soft, risiedeva esattamente in questa indolenza, che dall’attacco finiva per infettare tutto il suo atteggiamento sul parquet.

A North Carolina aveva messo in mostra i mezzi fisici e gli istinti per diventare uno Slenderman difensivo alla Scottie Pippen. Ma in NBA, Vince Carter ha scelto di risparmiare energie nella propria metà campo per concentrarsi quasi esclusivamente sull’estetica abbacinante del suo modo di attaccare. Questa apatia lo ha reso un difensore neutro: negli anni da stella assoluta in Canada e in New Jersey, registrava un Box Plus/Minus difensivo (DBPM) di appena -0.1, con un complessivo di 0.0 in carriera. Stesso copione a rimbalzo: difficilmente si sporcava le mani nel pitturato, chiudendo con un modesto 8.1 per cento di Total Rebound Percentage in carriera.

Tutto questo si ricollega a quello che Isiah Thomas e Bill Simmons definiscono “Il Segreto” del basket: l’assioma secondo cui per vincere devi sacrificare te stesso e le tue comodità per la squadra. Vince Carter non lo ha mai fatto. Evitava i contatti a rimbalzo offensivo, si accontentava del tiro dalla media per non prendere botte sotto canestro e si riposava in difesa.

Nel suo anno di grazia, la stagione 2000/2001, Vince Carter ebbe un PER di 25, secondo in NBA dietro solo a Shaq O’Neal. Una produzione offensiva irreale per un esterno, accompagnata da un VORP di 7.2 (primo in NBA), un 55 per cento di True Shooting percentage, e un incredibile 7.6 di BPM.

Ma perché, allora, Carter non siede al tavolo di Jordan e Kobe? Per rispondere, basta dare un occhio ai suoi numeri ai Playoff. Quando il gioco si faceva duro e le difese si adeguavano per togliergli spazio, la sua efficienza crollava. Mentre in carriera ha mantenuto una True Shooting del 53.6 per cento, in post-season questa scivolava al 51.8 per cento. E il suo mortifero tiro da tre calava drasticamente dal 37.1 per cento al 33.8 per cento. I numeri parlano chiaro: Vince Carter non aveva l’attitudine mentale per assorbire i contatti e le pressioni delle partite a eliminazione.

L’epitaffio di questa mentalità va in scena il giorno di Gara 7 delle semifinali di Conference tra Raptors e 76ers nel 2001.

Le due squadre ci arrivano al termine di una sfida senza quartiere, ma la mattina della palla a due decisiva, Carter fa una scelta che farà girare l’inerzia della sua intera carriera. Pur di non mancare alla cerimonia di proclamazione della sua laurea a North Carolina, vola con un jet privato e rientra a Philadelphia appena in tempo per lo shootaround. Svuotato mentalmente dal viaggio, gioca una partita mediocre. Eppure, a pochi secondi dalla sirena, con i Sixers avanti di uno, ha tra le mani il jumper della vittoria.

Lo sbaglia.

Philadelphia va in finale e i compagni non gli perdoneranno mai davvero quel volo mattutino. Dopo la partita, a palazzetto svuotato, Vince Carter scende di nuovo sul parquet e riprova quel tiro decine di volte. Non ne sbaglia nemmeno uno.

Da quella notte, qualcosa si spezza. Trascorrono anni caratterizzati da tanti infortuni e risultati di squadra non certo confortanti. E, incredibile ma vero, Vince dichiara ai microfoni di non voler più schiacciare. Le schiacciate, in fondo, sono sopravvalutate. Il suo rapporto con i Raptors e con l’ambiente si fa via via più complicato.

La frattura esplode nella stagione 2004-2005. I Raptors cambiano dirigenza e Carter entra in rotta di collisione col nuovo GM Rob Babcock. Il quale, durante il primo colloquio avuto con lui, lo accusa di volersene andare da Toronto. Un pensiero che, almeno fino a quel momento, non aveva mai sfiorato Vince.

Un pensiero che, allo stesso tempo, lo assale di colpo, infettandolo come un virus. Finisce per assecondare quelle insinuazioni, nella più classica delle profezie che si autoavverano. Ed è qui che Carter compie un’altra scelta di cui si pentirà in seguito: smette di impegnarsi (un tanking che lui stesso ammetterà candidamente in tv mesi dopo), sperando di abbassare il proprio valore di mercato, così da essere ceduto più facilmente.

I numeri di inizio stagione con i Raptors lo colgono nel fatto: nelle prime 20 partite di quella stagione a Toronto, segna 15.9 punti a partita, la sua True Shooting crolla a un imbarazzante 47.5 per cento, e il suo Win Share su 48 minuti precipita a un .068. Il pubblico canadese inizia a odiarlo in maniera viscerale. Eppure, appena viene scambiato ai New Jersey Nets in autunno, rinasce di colpo dalle proprie ceneri: le sue medie si impennano, arrivando a 27 punti di media, la TS% torna a un eccellente 55.6 per cento e il suo WS/48 schizza a .184. Aveva intenzionalmente iscenato un suo ridimensionamento statistico e di impatto; tutto pur di essere ceduto e scappar via dalla squadra della sua vita.

Il crepuscolo della sua carriera, paradossalmente, è il momento in cui il cerchio del suo viaggio sportivo si chiude. Raggiungerà le finali di Conference in maglia Orlando Magic in una veste inedita: da quarto violino. Accettando il calo fisico, si trasforma in un giocatore di ruolo di lusso, in quel leader carismatico che non era mai riuscito a essere negli anni del suo strapotere atletico.

In maglia Memphis Grizzlies si prenderà la commovente soddisfazione di essere riapplaudito da quel vecchio pubblico di Toronto che per anni lo aveva bersagliato di fischi. Riuscirà nell’impresa aliena di calcare i parquet NBA per quattro decenni diversi, ritirandosi definitivamente in maglia Atlanta Hawks. Lascia il gioco con 8 convocazioni all’All-Star Game, 2 selezioni All-NBA, un premio di Rookie of the Year, la gara delle schiacciate del 2000 e la consacrazione a Hall of Famer nel 2024.

Cosa resta davvero di Vince Carter?

Resta la parabola del talento più abbagliante della sua generazione, rimasto per troppo tempo prigioniero della sua stessa spontaneità. Un giocatore che ha impiegato mezza vita sportiva per comprendere che l’istinto, da solo, non basta se si continua a improvvisare nei dettagli importanti. E che solo quando ha smesso di volare sopra i problemi, accettando la cura delle piccole cose, ha trovato la sua dimensione più autentica. Resta l’eco di un giocatore infinitamente più forte, duttile e longevo di quanto la percezione collettiva voglia farci credere.

Fonte immagine in evidenza: Jose San Juan/City of Toronto

Wikipedia Commons