Michael Jordan e Kwame Brown: Quando il dio Diventa Umano
Tudor Calin
Michael Jordan durante la sua carriera era diventato il Re Mida della pallacanestro: tutto ciò che toccava diventava oro. Partendo dai Chicago Bulls, che passarono da uno dei zimbelli storici della lega ad essere la franchigia più importante al mondo, alla lega stessa, che ancora oggi gode dei frutti della popolarità sovrumana che MJ portò allo sport del basket in tutto il mondo. Nell’estate 2001 sembrava che “Black Jesus” stesse per attuare uno dei suoi nuovi miracoli sui Washington Wizards, tuttavia gli ultimi anni della sua carriera dimostrarono al mondo che anche lui era un mortale e come tutti noi poteva fare dei gravi errori, come la scelta di Kwame Brown.
Il fallito ribaltamento dell’ordine cestistico
Tra le numerosissime teorie sul complotto che circondano il mondo del draft NBA, il fatto che i Washington Wizards ottennero la prima scelta al draft 2001, quando la squadra era sotto il controllo esecutivo di Michael Jordan, è ormai diventato uno di quei miti passati in sordina.
All’epoca tale avvenimento fu però fonte di grande sconvolgimento per tutti i tifosi: una delle squadre più bistrattate della lega era sotto il controllo della superstar più grande che lo sport avesse mai visto, con una grande volontà di mostrare a tutti di essere non solo il più grande giocatore di sempre, ma anche la più grande personalità cestistica a 360 gradi che lo sport avesse mai visto. La scelta migliore al draft di quell’anno sembrava perfetta per raggiungere tale obiettivo, quasi come se fosse stato un regalo da parte della lega stessa.
Questa opportunità dorata arrivò al momento perfetto per tentare di ripulire una reputazione da esecutivo per niente brillante del GOAT sul parquet dello sport: il primo anno da esecutivo di Jordan fu costellato da errori e figuracce che non aiutarono in alcun modo la reputazione di zimbello della lega che i Wizards avevano a cavallo degli anni 2000. Episodi come il tentativo di ingaggiare l’assistente dei Golden State Warriors Rod Higgins come allenatore, senza però che lui sapesse niente a riguardo, o i falliti trade per mandare via Rod Strickland, Juwan Howard e Mitch Richmond, i tre giocatori che controllavano le finanze della squadra e impedivano ai Wizards di firmare nuovi giocatori.
Le scelte di Jordan si stavano rivelando lentamente come orribili per il futuro della squadra, l’allenatore scelto dopo la gaffe Higgins, Leonard Hamilton, si rivelò completamente inadatto al compito e incapace di reggere il ritmo imposto da Jordan e controllare lo spogliatoio, a tal punto che nella stagione 2000-01 Tyrone Nesby (giocatore acquisito personalmente da Jordan) attaccò fisicamente il suo allenatore e fu allontanato dalla security per evitare una escalation più grave; incedente simile avvenuto qualche mese dopo anche da parte di Michael Smith.
Il peccato di fondo stava nell’approccio che MJ aveva nei confronti dei suoi compiti: La foga agonistica e l’ossessione totale per la vittoria erano perfetti per il campo da basket ma non per gli uffici delle squadre, in cui molto spesso bisogna affrontare la costruzione di un roster con molta più pazienza ed apertura alla sconfitta. Tale pressione veniva percepita anche dai giocatori stessi, i quali giocavano con un nervosismo ed una paura nello sbagliare che chiunque abbia mai praticato uno sport sa che non può portare a niente di buono.
Pick no.1: L’opportunità della svolta
La prima stagione completa di Michael Jordan fu un disastro su tutti i fronti: problemi di spogliatoio da cpopgiro, incapacità di costruire una squadra ambiziosa e un record finale di 19-63, valido per il terzultimo posto nella classifica assoluta. Tuttavia non tutti i mali vengono per nuocere e questa stagione fallimentare portò ai Wizards e sopratutto a Michael Jordan l’opportunità di cambiare la traiettoria della squadra e della loro immagine con la vittoria della lotteria. La scelta giusta avrebbe permesso di innestare nella squadra e specialmente nella tifoseria nuove energie, dando l’opportunità ai fan dei Wizards di finalmente poter sperare in un cambio di direzione.
La responsabilità della scelta cadde esclusivamente su Michael Jordan, lui ne era estremamente conscio a riguardo e sentiva una pressione su di sè simile a quella nelle finali del 1991 (in un’intervista pre draft dichiarò “il mio collo è sulla ghigliottina con la prima scelta”).
La pressione della prima scelta però è molto diversa da quella del segnare il canestro decisivo: Se quando sei un giocatore il risultato lo puoi decidere con le tue azioni dirette, quando ti trovi dietro una scrivania di un front office hai solo l’opportunità di scegliere chi farà le tue veci e chi avrà l’opportunità di segnare un canestro decisivo. Due tipi di talenti ben differenti che come la storia ci insegna raramente sono intercambiabili.
La scelta fu particolarmente ardua per “His Airness” date anche le caratteristiche dei giocatori papabili per la prima scelta: tra quattro giocatori appena usiciti dalle superiori (DeSagana Diop, Tyson Chanlder, Eddy Curry e Kwame Brown), un 18enne con un solo anno di esperienza al college (Eddie Griffin), un giocatore extracomunitario senza un minuto di esperienza nel basket americano (Pau Gasol) e un solo giocatore con una tipica carriera collegiale (Shane Battier), nessuno degli esperti avrebbe potuto predire chi sarebbe stato scelto da MJ.
Il rischio era altissimo, nessuno aveva mai scelto come no.1 un giocatore uscito dalle superiori o senza esperienza americana, anche se rappresentavano in questo caso un’opportunità di sviluppo maggiore in confronto ai prospetti più pronti al mondo NBA. La scelta era diventata un grattacapo così grande che alcuni giornalisti dell’epoca mossero l’idea che Jordan avrebbe potuto sorprendere tutti e scambiare la pick per un giocatore esperto pronto a vincere, che avrebbe accompagnato Jordan nel suo nuovo viaggio sul campo che avrebbe deciso di intraprendere nella stagione successiva a sorpresa di tutti.
Kwame Brown e la pietra tombale sui Wizards
L’opportunità dello scambio tramontò velocemente. Poche settimane prima del draft durante un normale allenamento, MJ cadde sul parquet e si fratturò una costola, facendo tramontare l’idea di un suo ritorno in campo e portandolo a virare su una scelta più adatta a costruire un futuro piuttosto che a vincere adesso. Vedendo la costruzione attuale della squadra e la cultura NBA dell’epoca, Jordan si concentrò sul trovare il lungo adatto a dominare sotto canestro per il prossimo decennio e tra tutti i possibili giocatori presenti la scelta cadde su Kwame Brown.
La scelta di porre il futuro della squadra su Kwame Brown fu estremamente complicata, la natura inconsistente della draft infatti non lasciava nessuno d’accordo su chi meritasse di essere il capolista. Tutti i giocatori avevano punti di forza e debolezza che non rendevano nessuno una figura di spicco
Ora, tutti gli appassionati NBA conoscono o avranno sentito parlare della storia di Kwame Brown, per anni considerato il più grande fallimento della storia del draft e uno dei giocatori peggiori ad aver messo piede in NBA, la sua storia però è ben più complicata di quanto sembri.
Kwame era un lungo alto, grosso e imponente, all’apparenza perfetto per il basket che si giocava a inizio 2000, pur però essendo altamente limitato a livello di mobilità e tecnica sotto il canestro, a tal punto che inizialmente lui stesso non voleva partecipare alla draft di quell’anno e concedersi un anno al college per affinare le sue abilità; a causa però della situazione economica tragica in cui si trovava la sua famiglia si vide costretto a dichiararsi disponibile all’NBA il prima possibile.
Una situazione molto delicata, che sarebbe dovuta essere trattata con pazienza e rispetto in primis della sua persona, magari più adatta ad una squadra con poche aspettative o con la ricchezza di talento che potesse permettere a Kwame Brown tempo per potersi migliorare. Ma pazienza e basse aspettative non sono caratteristiche attribuibili a Jordan. Almeno non al. Jordan del 2001. MJ vedeva in Kwame Brown solo i lati migliori, il dominio fisico, l’abilità difensiva e uno spirito competitivo che lo riportò indietro nel tempo di vent’anni, portandolo ad auto-ipnotizzarsi e convincersi che il futuro da controllare nel presente era nel giovane del South Carolina.
Il rapporto Brown-Jordan, o come uccidere un mito
“Ti prometto che se mi sceglierai adesso, non te ne pentirai”, le parole che Kwame Brown disse a Jordan due settimane prima del draft pesano come un macigno per chi sa già come questa storia si conclude. Il 15 giugno 2001 però queste parole furono il sigillo sulla scelta di Micheal Jordan, che dodici giorni dopo decise di arruolare con l’unica prima scelta della sua carriera da dirigente.
Jordan fu così sicuro della sua scelta e di Kwame Brown, che decise ufficialmente di togliere le sue Air Jordan 1 dal chiodo per una seconda volta e tornare in campo , mandando al diavolo ogni opportunità per Kwame e la squadra di svilupparsi con i ritmi naturali di una squadra in crescita. Il 25 Settembre 2001, data in cui MJ annuncia il suo ritorno in campo, la carriera di Brown difatti finisce.
La terza parentesi sul campo di Jordan fu un macigno di pressione per tutto il roster dei Wizards, figuriamoci per un 18enne appena uscito dalle superiori come Kwame Brown. Tutti i giocatori dei Wizards si trovarono addosso oltre alla pressione normale di vincere di qualsiasi giocatore e alla pressione di dover giocare per Michael Jordan, anche la pressione di dover giocare CON Michael Jordan e rendere i suoi ultimi anni in campo vincenti o quantomeno rispettabili.
Tornato in campo, Jordan mise sul parquet tutta la sua mentalità che negli anni 90 li permise di vincere tutto ciò che era possibile con gli stessi metodi, tolleranza zero agli errori e abusi verbali e fisici nei confronti dei suoi compagni che non lasciavano anima e corpo in campo. Ma se questo comportamento funziona con lupi di mare esperti come Pippen e il resto dei Bulls, lo stesso non si può dire per Kwame Brwon, il quale fu vittima di vero e proprio bullismo, distruggendo letteralmente la psiche sportiva della prima scelta e portandolo a preformare ai livelli di una scelta del secondo round, non di un possibile salvatore di franchigia.
Il trattamento di Jordan nei confronti del suo pupillo fu evidente a tutti e portò tifosi e giornalisti a demistificare la mentalità killer del GOAT e a comprendere dopo poco tempo che ormai l’NBA era cambiata, MJ era rimasto indietro e tutti gli dei prima o poi diventano umani.
Kwame Brown è davvero un bust ?
Prima di salutarci, vorrei domandarmi se davvero l’etichetta di più grande bust di sempre sia meritevole per Kwame Brown. Dopotutto, la sua carriera è durata 12 anni, passando per numerose squadre nelle quali ha sempre dato un contributo difensivo rilevante. Certo non avrà mai raggiunto i picchi che Jordan sperava e altre scelte avvenuto poco dopo di lui hanno avuto carriere ben più importanti, ma chi può dire cosa sarebbe accaduto de Kwame fosse capitato in una squadra che gli avrebbe permesso di svilupparsi ed essere sé stesso, magari parleremmo di lui oggi come parliamo di Horace Grant, Andrew Bogut o Robert Parish; lunghi capaci di servire squadre con i loro talenti difensivi e che vengono ricordati felicemente dai tifosi.
La verità è che Kwame Brwon è umano come noi, anche lui ha un punto di rottura e anche lui può fallire, ciò però non significa che la sua carriera sia un fallimento, per la sua famiglia è senza dubbio un eroe che ha dato tutto quello che poteva.
Fonte immagine: NBA

