L’upset è più Dolce se Servito Freddo: La Rivalità Pacers-Knicks

L’Upset è più Dolce se Servito Freddo: La Rivalità Pacers-Knicks

Lo storico scontro che ha dato vita alla rivalità Pacers-Knicks di metà anni ‘90, ha ben poco a che fare con un semplice alterco di natura sportiva; al suo interno, infatti, è possibile ritrovare una commistione di temi di ben altra natura e fascino. Come spesso accade all’interno di rivalità sportive di straordinario richiamo mediatico – specie quelle statunitensi – il campo non basta e non può bastare ad esaurire il discorso. Entrano in gioco narrative, storie personali e persino argomenti antropologici, culturali, oltre che socio-economici.

Oggi come allora, infatti, potrebbero non esistere due città tanto distanti, da ogni punto di vista le si guardi, come Indianapolis e New York. Indianapolis, così come l’intero stato dell’Indiana, è un posto a stragrande maggioranza caucasica, con decisamente più campi di grano che grattacieli. A contrapporsi a questa realtà rurale, a tratti puritana, c’è la frenesia cosmopolita di New York, la “città che non dorme mai”, un vero e proprio melting pot culturale all’interno di una giungla d’asfalto dove l’apparire conta tanto quanto l’essere.

Questa profonda dicotomia tra la provincia agricola – i cui abitanti vengono liquidati dai newyorkesi come “Hicks” (bifolchi) – e la metropoli glamour – che di contro i campagnoli amano etichettare come una novella Sodoma e Gomorra – finisce inevitabilmente per riversarsi sul parquet. Non si tratta più solo di pallacanestro, ma di uno scontro ideologico assimilabile a quello dei fumetti tra Smallville, la pacifica e innocente cittadina agricola in cui è cresciuto Superman, e Gotham City, l’oscura, caotica e cinica metropoli di Batman.


A partire dal 1993, le due franchigie danno vita a battaglie senza quartiere, incarnate alla perfezione dai rispettivi leader. Ma se lo scenario attorno ai protagonisti può evocare le origini di due tra gli eroi più famosi dell’immaginario collettivo, la verità è che su quel parquet non scendono mai né Superman né Batman. È piuttosto uno scontro tra villain disposti a tutto pur di vincere, anzi, di vedere l’altro perdere: New York schiera Bane travestito da Patrick Ewing a difesa del pitturato e della città, coadiuvato dall’anarchia di un Joker come John Starks a rappresentarne il lato più viscerale e stradaiolo.

Pat, in quegli anni considerato il miglior centro della lega insieme ad Hakeem Olajuwon, è l’anima della città. Scelto alla numero 1 nel 1985, durante la prima, controversa lottery NBA, aveva vissuto anni da dominatore assoluto sotto le plance, senza tuttavia mai ottenere niente né a livello personale né collettivo. Si ritrova così, a 31 anni, con delle ginocchia scricchiolanti e con un gioco, che si sta pian piano evolvendo sotto i suoi occhi via via più stanchi.

L’altro simbolo di quell’edizione dei Knicks, John Starks, era arrivato in NBA dalla porta di servizio, non scelto al draft del 1988. Prima di approdare nella lega, si era ritrovato a imbustare la spesa in un supermercato, in attesa della grande occasione concessa dai Golden State Warriors. Sarebbe arrivato a New York a 25 anni, con zero esperienza alle spalle. Al primo allenamento prova a schiacciare in testa al vecchio Pat, ma nel tentativo il suo ginocchio cede. Quell’infortunio, paradossalmente, non permette ai Knicks di tagliarlo e, dopo un periodo di convalescenza, Starks e il suo senso d’urgenza convincono il front office a puntare su di lui come guardia titolare.


Indiana, dal canto suo, risponde con Reggie Miller: il più inaspettato, logorroico, cerebrale e sfacciato dei cattivi che possiate mai trovarvi di fronte, una sorta di Lex Luthor dal tiro mortifero, pronto a mettere in scacco un’intera città con un’uscita dai blocchi delle sue.

La storia di Reggie, quasi per osmosi culturale, la conosciamo tutti. Il rachitismo, i problemi di crescita, la rivalità fratricida con la sorella Cheryl, che mentre il fratello andava fiero di averne segnati 40 in una partita liceale, ne segnava 104 allo stesso livello. Era stato scelto al draft da Indiana sotto i boo scroscianti del popolo dei Pacers, che avrebbero tanto voluto l’idolo di casa Steve Alford scelto al suo posto. Presto, però, i tifosi si innamorano di questo concentrato di sagacia tattica e tecnica.

A fare da comprimari (si fa per dire) ai protagonisti principali c’è un cast di altissimo livello. Troviamo Mark Jackson, ex Knicks dal dente più che avvelenato, che arrivato a Indiana diventa gli occhi e le orecchie di Reggie in campo. C’è Larry Brown, il coach dei Pacers famoso per perseguire la via del “Play the right way”.

Dall’altra parte della barricata siede Pat Riley, il coach degli Showtime Lakers, che dal suo arrivo a New York ha totalmente riplasmato il suo modo di intendere la pallacanestro, andando più verso la sostanza che verso i lustrini. Infine, ultimo ma non per importanza, il regista Spike Lee: pur non giocando un singolo minuto, si rende protagonista ai bordi del campo di svariate beef verbali con Reggie Miller.


L’odio cestistico che ha caratterizzato la rivalità Pacers Knicks può essere diviso in tre ipotetici atti, utili a tratteggiare il climax sportivo ed emotivo dell’intera saga.

Tutto inizia nel 1993, durante Gara 3 del primo turno dei Playoff, quando John Starks si rifiuta di stringere la mano a Miller a inizio partita, concedendo a Reggie la scusa perfetta per automotivarsi. Dall’inizio dell’incontro, il numero 31 non fa altro che provocare l’avversario fisicamente e psicologicamente: gomitate, trattenute e l’immancabile trash talking, sale della vita e del gioco di Reggie.

Dopo ogni tiro sbagliato dall’avversario, Miller prende in giro le pessime percentuali al tiro di Starks e ci tiene a ricordare al numero 3 il suo passato da scaffalista al supermercato, definendolo un dilettante prestato alla pallacanestro. Starks, che di pazienza non ne ha molta, perde la testa e colpisce Miller con una testata di zidaniana memoria. Viene ovviamente espulso; in campo arrivano addirittura Ewing e il vecchio Charles Oakley, i quali vorrebbero quasi picchiare il loro stesso compagno di squadra per un gesto ritenuto oltremodo stupido.

Da quel momento, tra le due squadre si accende un odio sportivo senza confini, che sfocia durante le finali di Conference del 1994. Con Jordan da qualche parte a giocare a baseball, l’Est è diventato una tonnara dove tutti vogliono la loro insperata occasione di emergere. I Knicks, perennemente defenestrati dalla corsa playoff da His Airness negli anni precedenti, sono certamente la squadra più accreditata per riuscirci; i Pacers vengono visti più come la classica zanzara fastidiosa, incarnata perfettamente dall’atteggiamento irriverente di Miller.

Si gioca Gara 5, la cosiddetta pivotal game, la serie è in parità e la tensione è alle stelle. Quando si gioca al Madison Square Garden c’è sempre, immancabile in prima fila, Spike Lee, reale sesto uomo della squadra. Il regista inizia a punzecchiare Miller urlandogli a ripetizione la famigerata frase:

“Cheryl is better than you!”

Mai provocare Killer Miller, specie se si tratta di Cheryl e del complesso d’inferiorità nei suoi confronti mai davvero superato. Sfruttando il logorante e chirurgico sistema di blocchi disegnato da coach Larry Brown – un mix letale di situazioni in Floppy action e Pin-down – Miller riesce sistematicamente a eludere le guardie newyorkesi. Si presenta all’appuntamento con il pallone con quelle frazioni di secondo di vantaggio che gli bastano per armare il tiro.

Segna 25 punti nel solo quarto periodo e, all’apice della propria onnipotenza, si rivolge direttamente a Spike, esibendosi nel leggendario the choke, il gesto dello strangolamento con cui sancisce la vittoria di Indiana sugli snob newyorkesi. Sarà Starks a vendicare il regista, trascinando i suoi in Gara 6 e 7 e portando i Knicks in finale NBA, prima di arrendersi agli Houston Rockets.

Il terzo e ultimo atto di questa epica rivalità Pacers Knicks arriva l’anno successivo, quando le due squadre si ritrovano nuovamente di fronte, stavolta in semifinale. Gara 1 sembra praticamente finita. A 18.7 secondi dal termine, New York è avanti 105 a 99. Donnie Walsh, GM dei Pacers, sicuro della disfatta, si chiude già nel suo ufficio per sbollire la sconfitta con una meritata sigaretta. Ma in campo, la partita è tutt’altro che ai titoli di coda.

Miller si accende di colpo. Sfrutta l’ennesimo blocco cieco dei compagni e segna una tripla lampo: 105-102. I Knicks devono rimettere la palla dal fondo con Anthony Mason; la palla finisce a Greg Anthony, che però rischia di inciampare. Miller, diabolico come pochi, intuisce cosa stia accadendo e spinge via Anthony (fallo non fischiato), intercettando il passaggio. Avrebbe via libera per un sottomano facile, ma Killer Miller ha il coraggio, e soprattutto la lucida follia, di indietreggiare fin oltre la linea dei tre punti, scoccare una freccia alla Robin Hood e pareggiare la partita con una tripla clamorosa.

Sul possesso successivo, Sam Mitchell dei Pacers commette ingenuamente fallo su Starks. Il Garden cade in un silenzio irreale: potrebbe esserci ancora speranza. Sotto pressione, però, Starks sbaglia entrambi i liberi. Ewing fallisce il tap-in a rimbalzo. Miller arpiona il pallone, subisce fallo a 7.5 secondi dalla fine e segna i due liberi della vittoria. Ha appena segnato 8 punti in 8.9 secondi, umiliando i Knicks e la loro gente, alla faccia di chi li definiva bifolchi.


Dopo altre 5 gare, che più che partite di pallacanestro sembrano riprese di pugilato, le due contendenti arrivano fino a Gara 7, di nuovo al Madison Square Garden. A 5 secondi dalla fine, i Pacers sono avanti 97 a 95. La palla va ovviamente a Patrick Ewing. Il centro si isola e attacca il ferro, con la difesa di Indiana che si apre come se fosse il Mar Rosso.

Il canestro sembra praticamente una formalità, ma invece di schiacciare con forza, Ewing tenta un improbabile finger roll. Il motivo è puramente biomeccanico: le sue ginocchia e la sua catena cinetica, logorate da mille battaglie, non gli permettono più di convertire la velocità orizzontale in elevazione verticale con la necessaria esplosività. La palla entra ed esce dal ferro, condannando i padroni di casa.

Il palazzetto ammutolisce in un lutto sportivo difficile da spiegare per chi non l’ha vissuto. Dopo tre anni di sconfitte, derisioni e battaglie all’ultimo sangue, i Pacers completano quel tanto agognato upset che inseguivano ormai da 3 anni e volano in finale di Conference. I campagnoli hanno appena mandato a casa gli yankee, e lo hanno fatto in grande stile.

La rivalità Pacers-Knicks finisce così, con un assist del giocatore più rappresentativo dei newyorkesi. Con Quell’errore di Ewing avrebbe segnato non solo la fine delle speranze per quell’edizione dei Knicks di vincere un titolo e dell’era di Pat Riley a New York, ma anche l’inizio del declino definitivo del gargoyle numero 33 a difesa della città.

A trionfare è il ragazzo rachitico, il fratello sfigato di Cheryl, il capobranco degli Hicks dell’Indiana, che avevano appena dimostrato a un’intera metropoli di snob che, alla fine, i bifolchi sapevano giocare maledettamente bene a pallacanestro.

Fonte immagine in evidenza:Wikipedia Commons