Ode ai New York Knicks e al Futuro
Autore: Tudor Calin
Sin dalla sua fondazione più di 400 anni fa, la storia di New York ha vissuto sparuti periodi di pace e tranquillità, alternati da ben più lunghi momenti di caos e instabilità, i quali hanno reso la grande mela fonte di ispirazione perfetta per la Gotham City dell’universo DC. Proprio in questi caldissimi giorni di Giugno la natura caotica della città si è risvegliata dopo anni di letargo, catalizzata da un fenomeno considerato impossibile, un sogno che solamente i bambini con la più fervida immaginazione potevano inventare: la vittoria del campionato NBA dei New York Knicks.
La scorribanda capitanata da Jalen Brunson e i suoi compagni del college Josh Hart e Mikal Bridges, vincitori di titoli nazionali già in passato quando erano compagni di dormitorio all’università di Villanova, è riuscita in un’impresa a dir poco leggendaria, sia nel modo con cui hanno conquistato il titolo che nel valore che esso ha per i tifosi di una delle squadre più maledette della storia dello sport statunitense.
Una storia di fallimenti leggendari
Perché quella che i Knicks hanno vissuto per 53 anni non può essere definita altrimenti: una vera e propria maledizione, che ha fatto vivere ai tifosi della città più innamorata della pallacanestro al mondo più di mezzo secolo di fallimenti, disperazione e depressione sportiva. Un periodo di più di metà secolo in cui ogni volta che gli animi dei tifosi Newyorchesi iniziavano a sperare di poter tornare ad assaporare la gloria del Larry O’Brien, un nuovo nemico pubblico appariva di fronte a loro e spezzava i loro cuori.
Partendo da Julius Erving e Larry Bird negli anni 80, passando per Michael Jordan nel decennio successivo ( e quante volte ha spezzato i loro cuori…), poi i vari Lebron James, Kevin Garnett, jimmy Bulter, Tyrese Haliburton e chi più ne ha più ne metta, tutti i grandi dello sport hanno almeno una volta spezzato gli animi dei New York Knicks. Anche le rare volte in cui riuscirono a raggiungere le finali, nel 1994 e 99, ad attenderli al varco c’erano alcuni dei più grandi giocatori di sempre. Hakeem Olajuwon e Tim Duncan.
Insomma, dopo il termine del periodo di Walt Frazier e Willis Reed negli anni 70, i New York Knicks hanno viaggiato tra l’essere il trampolino di lancio delle leggende dell’NBA e il vivere nei bassifondi più patetici della lega (negli ultimi 50 anni hanno avuto un record vincente a fine stagione solamente la metà delle volte); tuttavia i loro tifosi ci hanno sempre creduto, hanno sempre immaginato che il loro eroe sarebbe arrivato l’anno successivo e avrebbe finalmente spezzato la maledizione che ha reso la squadra lo zimbello del mondo cestistico; tuttavia, pochissimi avrebbero immaginato che quell’eroe sarebbe stato Jalen Brunson.
Il cuore di un campione
Quello che Jalen Brunson è riuscito a compiere non può essere definito altrimenti: un vero e proprio atto eroico che ha ribaltato il mondo NBA sottosopra. Perché nessuno si aspettava che i New York Knicks potessero mai vincere un altro titolo, nessuno si aspettava che una squadra potesse vincere capitanata da una small guard il cui nome non fosse Steph Curry o Isiah Thomas e nessuno si aspettava che la persona che potesse spezzare questi dogmi fosse proprio Jalen Brunson.
La performance del nuovo Re di New York ha rappresentato perfettamente lo spirito della città: un underdog assoluto le cui speranze di vittoria erano date dagli spettatori come quasi nulle, ma che invece di cedere alle voci altrui ha deciso di lasciare che il campo parlasse per lui e ha mostrato le sue abilità senza uguali. Erano anni che non si vedeva qualcuno essere così in grado di segnare a piacimento ed apparire sempre quando le luci erano le più abbaglianti.
Ma JB, per quanto eroico, non è stato solo in questa impresa: attorno a lui ha avuto un cast perfetto, che è riuscito a mettere in scena una delle cavalcate al titolo più dominanti della storia dello sport. Gli amici di una vita, Josh Hart e Mikal Bridges, hanno giocato in completa simbiosi con il loro capitano, coprendo le sue debolezze e dando alla squadra una grinta senza eguali; la seconda star della squadra, Karl Anthony-Towns ha dimostrato a tutti coloro che sin da quando aveva debuttato nel 2015 lo avevano aspramente criticato, ha dimostrato che lui ha la stoffa per vincere e che il suo talento è ancora un unicum nella lega e infine OG Anunoby, l’ultimo tassello del puzzle, ha espiato i demoni del 2019, quando non partecipò ai playoff storici dei Toronto Raptors, e ha vinto finalmente il titolo da protagonista assoluto con la sua difesa asfissiante e la sua performance storica in gara 4 delle finali.
Ma i personaggi importanti non terminano qui: seppur i fab five abbiano avuto il ruolo da protagonisti, senza il contributo della loro panchina non sarebbero mai arrivati al traguardo finale. È grazie al contributo di giocatori come Mitchell Robinson, uno dei giocatori più atipici presenti nella lega, con un skillset che sembra importato direttamente dal 1973, il natio di Brooklyn José Alvarardo, il tiratore scelto Landry Shamet, il veterano Jordan Clarkson e tutti gli altri membri della panchina hanno dato un contributo fondamentale, le loro tracce sono presenti in tutte le partite, in tutti i momenti difficili e in tutte le vittorie.
L’eroe dimenticato di New York
L’ultimo attore fondamentale dello spettacolo messo in scena in questa primavera al Madison Square Garden è stato l’allenatore dei Knicks. Mike Brown è un volto familiare a tutti i fan dell’NBA: da ormai più di 20 anni la sua carriera da allenatore è sempre stata presente nelle menti dei tifosi, quasi sempre nel background dell’azione e in rari casi portata sotto le luci della ribalta da altri. È grazie alle sue esperienze con un giovane Lebron James, un Kobe Bryant verso il tramonto della sua carriera e come assistente a Steve Kerr per la dinastia dei Golden State Warriors se il nome di Mike Brown era conosciuto dalla massa dei tifosi e non solamente dai fan più assatanati e conoscitori di ogni dettaglio dell’NBA.
La carriera di Mike Brown oltre ad essere definita dai talenti che ha allenato è anche definita dall’essere stato sempre il capro espiatorio, ogni volta che la squadra che allenava andava male, il dito veniva immediatamente puntato su di lui e riceveva il benservito. Oggi non è il momento adatto per giudicare se Mike Brown abbia davvero tutte le colpe a lui imputate, non è neanche importante in questo momento; l’importante è riconoscere la sua capacità di guardarsi intorno e crescere dopo ogni sua esperienza, utilizzando gli insuccessi come trampolino di lancio e riuscendo finalmente a consacrare più di 20 anni di duro lavoro con un titolo che lo immortalerà nella storia di New York.
Le persone che andrebbero ricordate in questa ode ai New York Knicks sono innumerevoli, i vari eroi come Bernard King, Patrick Ewing, Latrell Sprewell, Carmelo Anthony e Jeremy Lin che hanno provato a riportare la gloria al Madison Square Garden, fallendo sfortunatamente; ma anche coloro che hanno messo le fondamenta di questa squadra ma che non hanno potuto assaporare la vittoria come Tom Thibodeau e Julius Randle e tutti i tifosi presenti ogni settimana, coloro che hanno dovuto vivere le umiliazioni continue degli anni 2000 ma che hanno sempre continuato a tifare. Loro sanno chi sono, non gli interessa di essere ricordati, gli importa solo di festeggiare per le strade di New York.
Se lo meritano.
Il futuro della NBA passa per New York
Per quanto estemporanea sia il momento che la tifoseria dei Knicks stia vivendo, anche loro non sono esenti dal dover pensare al loro futuro. Futuro che passerà per il draft. Anche quest’anno l’evento che deciderà il futuro della nuova classe giovanile di talenti avrà luogo a New York; la città sarà ancora in fermento per la vittoria dei Knicks ma avrà un ulteriore motivo per emozionarsi: stanno infatti per vivere un draft che passerà alla storia dello sport.
Il draft di quest’anno promette una quantità di talento raramente vista in un singolo anno: capitanato da un’idra a tre testa con i talenti di AJ Dybantsa, Darryn Peterson e Cameron Boozer, i quali hanno le potenzialità di trasformare il futuro delle squadre che li sceglieranno, i talenti che quest’estate verranno immessi nell’NBA promettono positivamente per il futuro delle squadre che li sceglieranno e della lega nella sua interezza.
Partendo da Caleb Wilson, il lungo dell’università del Nord Carolina (UNC) ha dimostrato un esplosività offensiva e una difesa potenzialmente tra le migliori al mondo che faranno gola a tutte le squadre dalla quarta posizione in giù. Il lungo originario di Atlanta sembra promesso ai Chicago Bulls, i quali avranno la quarta scelta in questa draft e che probabilmente sperano che possa avere un impatto simile ad un’altra storica scelta proveniente da UNC.
Il successivo talento da mettere in luce è quello di Darius Acuff Jr. Lo stile di gioco di Acuff ha generato molto rumore durante il suo anno agli Arkansas Razorbacks, con molti esperti che lo paragonano ad un giovane Stephon Marbury mentre altri si spingono addirittura a compararlo a Kyrie Irving. Paragoni importanti per un giocatore il cui talento sembra poter smuovere l’ordine del draft, con i Sacramento Kings fortemente interessati al suo potenziale. Chissà se il suo stile di gioco si adatterà alla NBA come sperano i più ottimisti e possa diventare l’eroe che Sacramento attende sin dalla sua nascita.
Ma i giovani interessanti non finiscono qui: Keaton Wagler, Cameron Carr, Morez Johnson, Aday Mara e Mikel Brown sono tutti giocatori che hanno dimostrato importanti skillsets dal grande potenziale o dalla possibilità di essere di immediato aiuto per squadre bisognose di fare quel passo in più per raggiungere la vittoria. Chissà se tra questi giovani talenti non si nasconde il prossimo eroe che possa rendere una franchigia felice come Jalen Brunson e i suoi New York Knicks.

