Stats Attack: la legge di Dylan Harper, numero 2 solo di maglia

Stats Attack: La Legge di Dylan Harper, Numero 2 solo di Maglia

Stats Attack

Autore: Giovanni Fede

Questa rubrica, nata in origine come podcast, si pone un obiettivo tanto semplice quanto ambizioso: dissezionare un giocatore a 360 gradi, analizzandolo dal punto di vista tattico, tecnico e attitudinale. Nel basket di oggi, come nello sport in generale, si tende a dividersi in due fazioni: i puristi del caro vecchio scouting ad occhio nudo, per così dire, e i nerd della palla a spicchi, i classici tipi da fogli Excel.

Noi di Stats Attack crediamo che la verità sia, come spesso accade, nel mezzo. Ciò che vediamo sul parquet, per quanto affascinante, spesso non basta a spiegare l’impatto reale di un giocatore. Allo stesso tempo, però, le statistiche avanzate, da sole, non saranno mai e poi mai sufficienti a raccontare il giocatore a tutto tondo. È per questo che a Stats Attack useremo i numeri come bussola, senza mai distogliere lo sguardo dal parquet: per confermare, o talvolta per smentire clamorosamente, ciò che i nostri occhi credevano di aver visto.


Prima di catapultarci nell’analisi del giocatore targata Stats Attack, fermiamoci un secondo. Se siete dei puristi del parquet, leggere acronimi in inglese potrebbe farvi venire l’orticaria. Niente panico. Per non sembrare i soliti freddi contabili del basket, chiariamo subito cosa vogliono dire le sigle che useremo in questo appuntamento di Stats Attack per vivisezionare il nostro protagonista.

A proposito: se volete approfondire il lato oscuro e affascinante dei numeri cestistici, vi rimando caldamente a Hack a Stat (hackastat.eu), la vera Biosfera italiana in materia e fonte d’ispirazione per chiunque voglia unire i numeri al sudore della palestra.

Ecco gli strumenti della bussola di Stats Attack:

  • PER (Player Efficiency Rating): Riassume in un numero tutto ciò che un giocatore fa in campo. La media NBA è 15.
  • Win Shares (WS): Le “quote di vittoria”. Stima quanti successi di squadra sono direttamente imputabili al singolo giocatore.
  • BPM (Box Plus/Minus) e On/Off: Misurano l’impatto sulla squadra. L’On/Off ci dice come cambia il Net Rating della squadra quando tu sei in campo rispetto a quando ti siedi.
  • TS% (True Shooting Percentage): La percentuale di tiro reale, che calcola l’efficienza ponderando anche i tiri da tre e i liberi.
  • DFG% e TRB%: Rispettivamente la percentuale al tiro concessa agli avversari diretti e la percentuale dei rimbalzi disponibili catturati.

Tutto chiaro? Bene. Fine della lezione teorica. Adesso allacciatevi le scarpe, perché il protagonista del primo episodio di Stats Attack è un assoluto feticcio del sottoscritto. Signore e signori: Dylan Harper.

In questa puntata di Stats Attack la pallacanestro, oltre a essere una passione viscerale, ai livelli più alti si tramuta spesso in vera e propria malattia, un’ossessione in grado di logorare il fegato anche ai cuori più coraggiosi. Questa ossessione diventa ancor più tracimante se il primissimo imprinting te l’hanno dato mamma e papà, entrambi professionisti a livelli oserei dire più che discreti.


Mamma Maria, di origini filippine, è una ex giocatrice collegiale e allenatrice d’esperienza trentennale. Non ha soltanto instradato Dylan nelle vie della forza cestistica, ma è stata anche la prima vera figura che lui abbia mai chiamato “coach”. Intransigente, desiderosa di spingere il figlio oltre ogni limite, lo ha aiutato a gestire il peso di un cognome, Harper, particolarmente ingombrante.

Già, perché l’altro genitore di questa storia è proprio il pluricampione NBA Ron Harper. Non so se vi ricordate il vecchio Harper in campo; chi scrive se lo ricorda abbastanza, ed è paradossale pensare come l’ex compagno di Michael Jordan sia stato, tra i due, il genitore soft nei confronti del figlio.

Da Ron, Dylan ha ereditato l’atletismo, la capacità di andare al ferro e di leggere le difese, ma anche doti difensive ben oltre la media. Per la redazione di Stats Attack, l’impressione, almeno allo stato attuale, è che in quanto a bagaglio tecnico Dylan abbia persino qualcosa in più. Si dice che sia già difficile crescere con un genitore che di lavoro ha avuto a che fare con la pallacanestro, figuriamoci havene due così.


A dispetto di ogni aspettativa, Dylan non sembra aver subito alcuna ansia da prestazione da quando si allaccia le scarpe per scendere in campo. È arrivato in NBA chiamato alla seconda scelta dagli Spurs di Victor Wembanyama.

È entrato nella lega in sordina, giocando essenzialmente da sesto uomo. In pieno stile San Antonio, non si è quasi mai parlato di lui durante la regular season. Eppure, le statistiche avanzate parlavano chiaro già prima dei playoff, mostrando un PER di 16.2 e 4.2 Win Shares, numeri che a vent’anni molte future superstar si sognano (Anthony Edwards al primo anno registrò un PER di 10.8, Shai Gilgeous-Alexander 13.4).

Poi sono arrivati i Playoff, e a 20 anni ha giocato delle Finals di una maturità e di un agonismo rari. Lungo una cavalcata di ben 23 partite, Harper ha letteralmente cambiato marcia, salendo a 14,1 punti e 5,6 rimbalzi di media in appena 26,7 minuti di utilizzo. Il verdetto di Stats Attack è che non sarebbe eretico dire che sia stato il giocatore più efficiente degli Spurs nella serie: a certificarlo ci sono un PER schizzato a 18,1 e una True Shooting Percentage del 61,1%, con un BPM di +3,8 nei Playoff da capogiro.


1,96 m per 97 kg di solidità fisica, 2,10 m di apertura alare: una sorta di pterodattilo del parquet. Non a caso, una delle doti per cui può già essere considerato un elite player sta proprio nella capacità di utilizzare questa incredibile apertura per sporcare le linee di passaggio e negare la ricezione.

In difesa, come da tradizione di famiglia, è un diavolo della Tasmania. Difende spesso sull’uomo più pericoloso del perimetro e talvolta lo costringe a tirare ben al di sotto delle medie abituali. In finale di Conference, sotto la sua pressione, il Defensive Field Goal Percentage di Shai è crollato al 41.2% rispetto al suo solito 53%.

Oltre a questo, è un insperato fattore a rimbalzo. Nei playoff ha alzato la sua Rebound Percentage artigliando 5.6 rimbalzi di media, mostrando un senso della posizione raro per una guardia.

Ma è in attacco che Harper ha fatto intravedere un potenziale sconfinato.

Raramente capita di vedere un giocatore tanto giovane eppure così in controllo del proprio corpo; non deraglia mai, ha un’essenzialità nei movimenti e nelle scelte che prende che non sarebbero canonici neanche in un veterano, figuriamoci in un rookie. Il cervello di Dylan sembra sempre in movimento, sempre in grado di trovare il bandolo della matassa. Allo stesso tempo, se sa essere cerebrale in diverse occasioni, in altre è in grado di spegnere per una frazione di secondo le sue sinapsi e di diventare puro istinto.

Questo avviene soprattutto quando attacca il ferro. Il suo vero superpotere è la capacità di cambiare direzione in corsa (che sia una virata, un dietro la schiena o un cambio sotto le gambe) continuando a guadagnare terreno verso il canestro. A differenza di molti attaccanti che, una volta assorbito il contatto del difensore, fermano l’azione per riaccelerare, Harper mantiene intatto il suo momentum avanzando in modo inarrestabile.

Durante la penetrazione in area, il suo obiettivo è cercare l’anca del difensore con la propria spalla. Una volta stabilito il contatto, non lo subisce, ma vi resta incollato quasi come fosse un magnete, scivolando sul corpo dell’avversario per aprirsi la strada verso il ferro senza mai fermarsi.

Questo istinto primordiale nell’andare a canestro lo ha evidentemente preso da papà Ron, che specie durante i primi anni a Cleveland era uno spettacolo da ammirare nei paraggi del ferro. Eppure, Dylan lo attacca in maniera diversa, meno “mascolina”, se mi passate il termine. Sempre meravigliosa, sempre istintiva, ma con quella dose in più di eleganza mista a raziocinio, che proprio non riesce a lasciar andare del tutto.

Sa finire al ferro in mille modi diversi: finte, reverse layup, in controtempo, di mano forte e di mano debole, fronte a canestro e partendo dalla linea di fondo. È un atleta incredibile, ma più controllato di Ron, che mette il proprio atletismo al servizio del proprio gioco e non viceversa.

Come se non bastasse, passa il pallone in maniera celestiale. Tanto da costringere ogni osservatore a domandarsi: “È un play o una guardia?”. A certificarlo c’è un Assist-to-Turnover Ratio monumentale di 2.78 (3.9 assist a fronte di 1.4 palle perse).

Passa da un ruolo all’altro come se cambiasse mutande. In questo, assomglia molto a Shai e James Harden le due comparison a cui maggiormente viene accostato. Starà agli Spurs comprenderne le vere predilezioni e indirizzarlo da una parte o dall’altra, posto che il dualismo con Stephon Castle dovrà prima o poi essere risolto tatticamente, almeno dal punto di vista nominale, e magari, perchè no, analizzato nel corso delle prossime analisi targate Stats Attack.


La descrizione che abbiamo fatto finora sembrerebbe dipingere Harper come il prossimo dominatore della lega, ma fidatevi se vi dico che non abbiamo ancora grattato il fondo del potenziale di questo ragazzo. Le aree grigie, quelle che devono essere migliorate, sono ancora molteplici.

Il tiro, ad esempio (ha chiuso la stagione con il 34.3% da tre), presenta una meccanica di base eccellente ma con un difetto evidente nella fase finale di esecuzione. Se analizziamo il suo footwork in fase di preparazione, Harper appoggia prima il piede sinistro e poi effettua un saltello atterrando su due piedi. Questo gli garantisce una stabilità perfetta, permettendogli di saltare dritto per dritto senza sbilanciarsi lateralmente o cadere all’indietro.

Anche la parte superiore del corpo parte molto bene: raccoglie la palla all’altezza dei fianchi tenendo gli occhi incollati al ferro (e non sulla palla, errore comune tra i giovani), trasferendo l’energia in modo fluido dalle gambe alla schiena. E sebbene il suo corpo non sia perfettamente “quadrato” e parallelo rispetto al canestro, questo non è per forza un problema: la sua spalla, il suo gomito e la palla sono sempre perfettamente allineati con il bersaglio, con il gomito che sale bene sopra la fronte per garantire l’arco ideale.

Eppure, il rilascio non è totalmente fluido. Come si evince analizzando alcune clip a rallentatore, quando la meccanica arriva nella sua fase finale (con un rilascio morbido che parte dal dito medio), il polso sinistro di Dylan vira bruscamente verso sinistra, non mantenendo un angolo perfettamente retto. Questa “frustata” innaturale del polso verso l’esterno devia la traiettoria e gli toglie precisione direzionale.

Questo difetto strutturale si presenta non tanto quando deve tirare con i piedi per terra — dove tira comunque con buonissime percentuali compensando con l’ottimo allineamento del corpo — ma soprattutto quando deve cercare soluzioni dal palleggio, dove le percentuali si abbassano notevolmente

(A questo proposito, vi rimando a un’interessante video analisi su YouTube: Guarda la Video Analisi della Meccanica di Harper)

A dispetto di questo, il pull-up jumper potrebbe diventare la sua vera arma offensiva. Il tiro dalla media, quella terra di nessuno difficilissima da marcare, è cucito dal sarto per il suo stile fatto di accelerazioni e decelerazioni.

Se dovesse implementare stabilmente lo “Snake” dribble per andare a prendersi lo “Stop and Pop” dalla lunetta, sarebbe realmente complicato fermarlo. Anche perché Harper è un manipolatore di difese, e in questo proprio colui che vorrebbe scalciare in panchina, ovverosia De’Aaron Fox [Link interno], potrebbe rivelarsi un maestro celestiale.


Ma tutte le statistiche avanzate fin’ora considerate, per quanto impressionanti, non bastano a definire il quadro generale. Ciò che stupisce di questo ragazzo è l’amplissimo bagaglio tecnico di soluzioni che sfoggia ad ogni allacciata di scarpe, a detta di molti tra i più completi mai avuti da un rookie. Oltre che la capacità unica di leggere il gioco, un footwork in post basso non canonico per una guardia, specie in quest’epoca.

Eppure, il pregio migliore di Dylan Harper — quello che non si può insegnare — non riguarda la tecnica o la tattica, e neanche l’atletismo, è piuttosto un agonismo puro e feroce, senza ombra di dubbio la qualità migliore ereditata da mamma Maria e papà Ron. Perchè è quando il gioco si fa più duro che gli Harper iniziano davvero a giocare.

Lo abbiamo visto chiaramente in questi playoff. Dal modo in cui si è francobollato agli avversari,passando per ogni scorribanda al ferro, fino all’ultima goccia di sudore versata in Gara 5, quando si è rifiutato di alzare bandiera bianca. La pressione di un cognome ingombrante non lo ha schiacciato, anzi, si è trasformata nel carburante per far andare quella fuori serie che madre natura gli ha messo a disposizione.

Oggi Dylan è già un agonista dei più coriacei, pronto a lasciare il segno al proprio passaggio. La lega è avvisata: chiunque vorrà puntare all’anello nei prossimi anni dovrà fare i conti con la sua fame e il suo talento. Perché Dylan Harper, a dispetto del numero di maglia, non vuole essere secondo a nessuno. Neanche se in squadra c’è un certo alieno proveniente dalla Francia.

Cosa ne pensi dell’impatto di Dylan Harper in questa stagione? Pensi che il suo tiro dal palleggio migliorerà o che il suo futuro sia più da creatore di gioco primario?

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia Commons

Autore:The White House, Public domain, via Wikimedia Commons