Stats Attack— Larry Bird 33, Kodak e il dominio della mente
La genesi di Kodak: la foto prima dello scatto di Larry Bird
Tra i tanti soprannomi dati in dote a Larry Joe Bird — da Larry Legend a The Hick from French Lick — ce n’è uno finito colpevolmente nello scantinato della memoria collettiva: Kodak. Il nome dell’impero delle macchine fotografiche.
Negli anni ’70, e fino all’inchiesta Antitrust del ’92, la Kodak controllava circa il 90% del mercato delle pellicole negli Stati Uniti. Chiunque avesse qualche dollaro in tasca ne possedeva una. Con ogni probabilità ne aveva una anche lo stesso Bird, con ogni probabilità usata per immortalare l’alba su French Lick, tra un allenamento in solitaria e una sfiancante sessione con l’aratro.
Ma qual è il motivo di questo bizzarro accostamento tra un giocatore di basket e la macchina fotografica per eccellenza?
Il fatto è che Larry Bird, non giocava a pallacanestro, la incideva su pellicola. In campo possedeva una speciale memoria fotografica che gli consentiva di leggere le pieghe della partita come nessun altro. Aveva già immagazzinato — prima ancora di toccar palla — centinaia di situazioni potenziali.
Sapeva esattamente da che parte sarebbe arrivato il raddoppio; come e quando McHale avrebbe tagliato verso il canestro, o da quale lato Parish avrebbe piazzato il blocco.
In una NBA sempre più focalizzata sulla rapidità di esecuzione, sulla verticalità e sull’atletismo, Bird era un unicum. Il suo cervello imperava sul campo, arrivando ben prima dei quadricipiti avversari. Un dominio mentale che avrebbe messo in imbarazzo persino un telepate come il Professor X, Charles Xavier.
Larry Bird: il primo Ceiling Raiser
Dopo i fasti dell’era Bill Russell, i Boston Celtics si erano ritrovati ad essere una franchigia in estrema difficoltà, schiacciata dalle aspettative di un pubblico dal palato fin troppo fine. La stagione 1978-79 si era chiusa con un record disastroso: sole 29 vittorie.
La svolta, però, era già stata ipotecata l’estate precedente grazie al genio mefistofelico di Red Auerbach. Nel Draft del 1978, pur sapendo che il ragazzo voleva finire il college ad Indiana State (dove si laureerà in educazione fisica), Boston aveva speso la sesta chiamata assoluta per Larry Bird. Una scelta del tutto controcorrente in una NBA post-fusione con la ABA che prediligeva giocatori esplosivi, muscolari e dominanti nel pitturato.
Bird era un’ala di due metri e sei, lento di passo ma supersonico di pensiero, oltremodo lontano dagli standard atletici dell’epoca; un giocatore sui generis insomma, sui cui ben pochi addetti ai lavori avrebbero scommesso il proverbiale nichelino americano.
Eppure, quando nell’autunno del 1979 sbarcò finalmente in Massachusetts, l’impatto del numero 33 fu devastante. Schivo, refrattario alle telecamere, affetto da mutismo selettivo, lasciava che per lui parlassero i numeri e il campo. Senza altre modifiche sostanziali al roster, il suo solo innesto portò i Celtics a toccare quota 60 vittorie in regular season. Un clamoroso +31 che consegnò alla lega uno dei primi prototipi di Ceiling Raiser: un giocatore capace, con la sua sola presenza e intelligenza cestistica, di innalzare drasticamente il potenziale di un’intera squadra.
Il suo Win Share, almeno fino al declino fisico dovuto ai ben noti problemi alla schiena e ai talloni, si sarebbe mantenuto sempre a livelli d’élite: da un minimo di 10.8 al vertice di 15.8 toccato nella stagione ’85-’86, il nirvana della sua carriera.
Larry Bird divenne ben presto la montagna da scalare per chiunque volesse competere seriamente per il titolo. L’Est si trasformò nel suo personale parco giochi, dominato non da prodezze aree per compiacere le folle, ma da hustle plays, letture in anticipo e gesti tecnici dall pulizia abbacinante.

Oltre i numeri: la grandezza e la gravity di Larry Bird
In carriera, Larry Bird ha messo in bacheca 3 titoli NBA, 3 MVP consecutivi, 12 convocazioni all’All-Star Game, 3 All-Defensive Team, 10 All-NBA e 2 Finals MVP. Eppure, contrariamente al messaggio che i noiosi burocrati dello sport si sforzano di far passare, la sua grandezza non risiede affatto nei numeri.
Bird aveva l’inquietante capacità di manipolare l’inerzia della partita senza monopolizzare il pallone. Non implorava la luce dei riflettori, che pure finivano per puntare fatalmente su di lui, come delle falene. Era un giocatore cerebrale, in grado di innalzare su base sistematica il QI cestistico del roster. McHale e Parish avrebbero certamente potuto avere carriere di altissimo livello anche altrove, ma è sotto l’obiettivo di Kodak che hanno trovato la loro definitiva consacrazione.
Il vecchio Larry, per non farsi mancare nulla, era anche un playmaker immaginifico. Creava vantaggi costanti per sé e per i compagni, dilatando gli spazi in un’epoca oltremodo fossilizzata sull’assalto sistematico al pitturato. La sua sola gravity rendeva mortiferi i tagli di McHale, così come le triple di Ainge. Nell’85-86 tirava col 42% da oltre l’arco. Un uomo di due metri e sei. Un’enormità oggi, figuriamoci allora.
Larry Bird — Anatomia di un’illusione
Eppure — strano ma vero — quanto detto finora era solo la punta dell’iceberg dell’impatto avuto da Larry Bird.
Partiamo da un fondamentale spesso sottovalutato nel suo gioco. Il numero 33 trasformava il post basso in una sorta di camera di torture psicologiche. Non poteva batterti in rapidità, quindi ti ipnotizzava. Poteva attingere ad un arsenale sterminato di finte di testa, ganci mancini e tiri in corsa fuori equilibrio che costringevano i difensori ad andare, puntualmente, a farfalle. Quando non riusciva a chiudere con un passaggio o con un gancio a ridosso del ferro, faceva partire un fadeaway al fulmicotone, quasi dal sapore contraddittorio rispetto alla velocità sostenuta (per usare un eufemismo) che normalmente imprimeva al proprio gioco.
Allo stesso tempo, il numero 33 fu la prima star a sdoganare un movimento oggi inflazionato: lo step-back. Poteva farlo partire spalle o fronte al canestro. Inutile dire che il risultato era il medesimo: il ciuff della retina.
Un limite trasformato in pregio
Il vero, grande limite del Bird realizzatore era l’assenza totale di esplosività verticale. Sotto il ferro, questo bianco can’t jump. Compensava usando il corpo come scudo, o ricorrendo a morbidi floater per evitare il contatto con i lunghi (motivo per cui registrava un tasso di tiri liberi tentati insolitamente basso per il suo usage). Questa evidente mancanza di verticalità gli presentava il conto ai Playoff: contro le difese d’élite, incapace di guadagnarsi viaggi facili in lunetta o di finire di pura potenza sopra il ferro, la sua efficienza realizzativa subiva cali fisiologici (neanche troppo drastici a dire la verità).
Il paradosso è che proprio questo limite, anziché abbatterlo,finì per farlo migliorare ulteriormente. Incapace di dominare sopra il ferro, Bird ha imparato a dominare lontano dalla palla: un moto perpetuo fatto di tagli, blocchi e un posizionamento a rimbalzo offensivo realmente precognitivo. Questa flessibilità gli permetteva di convivere magnificamente con un divoratore d’area come McHale. Era, insomma, la quintessenza della scalabilità: con McHale ai box, i Celtics erano una squadra da 57 vittorie. Con entrambi sani, Bird innalzava il ceiling dell’intero gruppo fino a 67.
Quando la palla tornava nelle sue mani, l’attacco assumeva tutta un’altra dimensione. È stato, senza mezzi termini, uno dei migliori passatori in movimento della storia. Giocava perennemente un secondo avanti rispetto alla difesa. Usava prevalentemente immaginifici touch pass di prima intenzione e shot pass (finte di tiro trasformate in assist) per far collassare le retroguardie. E poi c’era il suo outlet pass. Non appena la retina dei Celtics sputava il pallone avversario, la sua mente aveva già elaborato la transizione, lanciando siluri da venti metri che generavano comodi layup arrivati dal nulla, anzi, da uno scatto avvenuto prima ancora della foto.

La difesa: pura precognizione
Persino la narrazione che lo dipingeva come un telepass in difesa meriterebbe quantomeno una revisione. Lento sugli scivolamenti laterali, certo. Ma come difensore in aiuto, Bird — come fa notare Ben Taylor — era una sorta di portiere di hockey. Usava i suoi due metri e sei, uniti a riflessi felini, e ad una coordinazione insospettabile, per sporcare linee di passaggio, raddoppiare in post basso o sacrificarsi per prendere uno sfondamento.
La sublimazione di questo sesto senso andò in scena in Gara 5 delle Finali di Conference 1987. Isiah Thomas rimette la palla in gioco, ma non sa che la mente di Bird ha già scattato l’istantanea del futuro. L’occhio del numero 33 è sulla linea di passaggio millesimi di secondo prima ancora che il pallone lasci i polpastrelli di Thomas. L’intercetto che viene fuori sarà l’highlight della sua intera carriera, ma anche il manifesto della sua preveggenza.
Tutto questo-Bird era realmente un all around player- lo faceva, come se non bastasse, in un’epoca che lo limitava strutturalmente. Oggi celebriamo la sua efficienza balistica (90% ai liberi e 40% dall’arco), ma dimentichiamo che il suo primo coach, Bill Fitch, scoraggiava apertamente il tiro da tre. Steph Curry, per intenderci, tenta più triple in una singola stagione di quante Bird ne abbia prese in tre interi campionati tra l’84 e l’87.
Era un alieno costretto a giocare con il freno a mano tirato dalle logiche del suo tempo. Eppure, quelle logiche le dominava.
C’è stata però una parentesi sostanziale della sua decennale carriera in cui quel freno a mano ha smesso di essere un problema. Una parentesi nella quale raggiunse un livello di onnipotenza cestistica mai visto prima. Perché, quando passi in rassegna le videocassette dell’epoca, isolando i frame per vivisezionare ogni sua lettura spaziale, ti accorgi che l’illusione, all’incirca tra il 1984 e il 1986, si era trasformata in schiacciante tirannia.
Il Peak (1983-1986): quando Larry Bird dominava la lega
Gli anni di “Peak” di Bird coincidono, non a caso, con i suoi tre titoli di MVP consecutivi. Dal 1983 al 1986, Larry Bird è stato, per distacco e manifesta superiorità, il miglior giocatore del pianeta. I picchi statistici toccati dal numero 33 in quel triennio, come evidenziato nei grafici, sono per certi versi irripetibili. L’unico a poter contendere lo scettro matematico alla voce PER (Player Efficiency Rating) era un giovane e rampante Michael Jordan, ma se parliamo di dominio globale e controllo del ritmo, Bird scherzava qualsiasi avversario. Magic Johnson incluso.

Gli aneddoti leggendari su Larry Bird
Volendo andare oltre i dati da nerd della pallacanestro, per spiegare Bird ai più giovani basterebbe raccontare qualcuno degli aneddoti a lui legati.
Come Gara 7 delle finali di conference contro Philadelphia nel 1981, più una partita di rugby a dire la verità, decisa grazie a una giocata hustle di Bird — un rimbalzo in mezzo al traffico — e a un’altra che univa la pulizia tecnica del fuoriclasse alla fortuna che aiuta gli audaci: un tiro di tabella dai 4 metri e mezzo che decide la serie e consegna ai Celtics le Finals.
O ancora, Gara 5 delle Finals contro i Lakers nel 1984. Il Boston Garden è vecchio, malridotto, privo di impianto di climatizzazione. Dentro il palazzetto ci sono 36 gradi. I tifosi sugli spalti grondano di sudore, figuriamoci i giocatori sulla pavimentazione irregolare del parquet. Larry Bird sta dominando quella partita: 34 punti e 17 rimbalzi. Timeout per i Celtics. M.L. Carr, suo compagno di squadra, tenta timidamente di sventolargli un asciugamano in panchina. Larry lo fulmina con lo sguardo, rifiutando quella dolce brezza in faccia per il timore di perdere lo stato di concentrazione assoluta che aveva raggiunto.
O come quando, il giorno di San Valentino del 1986, segnò 47 punti contro i Portland Trail Blazers con 21 tiri realizzati, di cui 10 solamente con la mano sinistra, dichiarando, a fine partita, di aver voluto conservare la destra per la partita successiva contro i Lakers.
Sarebbe bellissimo continuare a raccontarci la favola del 33 che abusa della mano debole per puro orgoglio o sfacciataggine. La verità, però, è che Bird usava il mancino per vera e propria necessità. Non potendo saltare sopra i difensori, sfruttava la propria stazza come scudo, scavandosi lo spazio a sinistra per garantirsi un rilascio pulito. Univa così, l’utile al dilettevole, rifocillando ancor di più la sua già ben nutrita narrazione da bullo di quartiere.
Tiriamo le somme
La verità è che non nascerà mai più un altro Larry Bird.
Un contadinotto dell’Indiana, senza atletismo, in grado di dichiarare in anticipo cosa sarebbe accaduto, lasciando che i propri avversari vedessero, loro malgrado, la profezia compiersi davanti ai propri occhi attoniti.
Guardate i grafici di qui sopra. Leggete pure i suoi numeri. Le statistiche potrebbero darvi un’idea di cosa abbia fatto Larry Joe Bird. Gli aneddoti misti a leggende sul suo conto vi aiuteranno a capire come lo abbia fatto. Ma la verità, quella incisa per sempre sul parquet, va ben al di là: mentre il resto della lega correva, saltava e si affannava disperatamente per giocare a pallacanestro, la mente del ragazzo di French Lick aveva già messo a fuoco l’obiettivo della sua Kodak e scattato l’ultima istantanea.
Click. Partita finita.
Fonte immagine in evidenza:
Steve Lipofsky www.Basketballphoto.com, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

