Stephon Marbury, 33 all alone: dalla NBA alla Cina
autore: Giovanni Fede
Stephon Marbury, dal “The Garden” di Coney Island al Madison Square Garden di New York, fino ad arrivare alla Wukesong Arena di Beijing, Cina
Stephon Marbury: He Got Game
Avete presente Jesus Shuttlesworth, il celebre personaggio interpretato da Ray Allen nel film cult degli anni ’90 He Got Game, diretto da Spike Lee? Ma sì, parliamo della storia di questo prospetto newyorkese di appena diciott’anni, destinato a diventare la prossima grande speranza della Grande Mela. Proprio per questo motivo, il ragazzo è conteso da un numero inquantificabile di atenei americani, che sarebbero disposti a fare carte false pur di aggiudicarselo.
Jesus vive nelle case popolari di Coney Island, Brooklyn, soprannominate in gergo “the projects“: enormi palazzoni composti da molteplici piani, dove in ogni appartamento convivono talvolta più nuclei familiari. È un quartiere caratterizzato — come da triste copione — da spaccio, degrado e violenza gratuita. Il basket rappresenta l’unico mezzo per evadere da quel contesto disfunzionale e per dare a se stesso, e alla propria famiglia, un futuro più dignitoso.
Nel tempo libero, Jesus castiga senza troppo impegno tutti i ragazzi del quartiere nel playground più celebre di Coney Island, “The Garden“. Durante le giornate scolastiche, invece, frequenta e gioca per la Lincoln High School, che conduce in modo insperato alla vittoria del campionato statale, catalizzando su di sé la luce dei riflettori grazie a un connubio tra talento e leadership naturale.
Il fulcro narrativo del film — oltre al delicato rapporto tra Jesus e il padre, interpretato da Denzel Washington — ruota attorno alle pesanti pressioni a cui un ragazzo così giovane viene, suo malgrado, sottoposto, nel tentativo di orientarsi tra i problemi tipici di un adolescente di quell’età e le insidie nascoste in quel mare pieno di squali che è il reclutamento collegiale.
Quella che avete appena letto o visto in tv, però, non è solo l’avvincente trama partorita dalla mente di Spike Lee. È la fedele trasposizione della vita reale di Stephon Marbury, il talento cristallino di Coney Island a cui è stato direttamente ispirato il personaggio di Jesus e la cui parabola di vita è forse ancora più esaltante di quella paventata dal film stesso.

Le radici di Stephon Marbury e della sua famiglia. Fonte: Johnny Nunez / Getty Images for 1091
Stephon Marbury: The Chosen One
Stephon è il sesto di sette fratelli, con cui condivide le anguste stanze dell’appartamento dei Marbury nelle case popolari di cui sopra. I Marbury sono una famiglia di baskettari come poche altre nella Grande Mela, con il sogno collettivo di far arrivare almeno uno dei fratelli ai piani alti della NBA e, perché no, magari vestendo la maglia dei New York Knicks, la squadra di famiglia.
Tutti conoscono i Marbury e tutti sono concordi nel dire che il talento per la palla a spicchi sembra essere affare di famiglia. Prima di Stephon, i fratelli maggiori, Eric, Donnie e Norman, detto “Jou Jou”, si erano fatti un nome nel playground locale, approdando tutti al college, senza tuttavia riuscire a sfondare definitivamente. Ma è Stephon quello destinato a far conoscere il nome della famiglia anche al di fuori di Coney Island. Lo sa lui e lo sanno soprattutto i suoi familiari, che essenzialmente si coalizzano per fare del piccolo di casa un autentico campione.
I fratelli lo massacrano durante interminabili partite al “The Garden”, cercando di limarne ogni possibile difetto tecnico; la madre lo cronometra mentre fa di corsa tutti i piani dei projects, concedendogli — almeno quello — di tornare giù in ascensore.
Alla fine, questo singolare esperimento a conduzione familiare riesce, e il nome di Stephon si diffonde in tutto lo stato di New York, tanto da essere soprannominato “The Chosen One” dalla gente del posto, colui che, alla fine, sarebbe arrivato alla terra promessa. Come Jesus (o sarebbe meglio dire il contrario), Stephon vince il campionato statale con la Lincoln High School e dopo una lunghissima fase di reclutamento, che tiene tutti con il fiato sospeso, Stephon opta, alla fine, per Georgia Tech.
Benvenuto in NBA, Stephon Marbury
A Georgia Tech, Stephon raccoglie il pesante testimone di Travis Best e guida i Yellow Jackets di Bobby Cremins fino alle Sweet 16 del torneo NCAA, prima di uscire contro Cincinnati, chiudendo con un record complessivo di 24-12.
Stephon, anche dal punto di vista statistico, conferma tutte le altissime aspettative nei suoi confronti facendo registrare 19 punti di media, 4,5 assist, 3,1 rimbalzi e 1,8 recuperi, tirando con il 45,7% dal campo e il 37% da tre. Viene eletto matricola dell’anno per la sua conference e diventa un All-American. Decide così di rendersi eleggibile per il Draft NBA del 1996.
La sua classe è considerata ancora oggi tra le più talentuose di sempre, con numerosi All-Star nelle prime posizioni. Stephon viene chiamato con la quarta scelta assoluta dai Milwaukee Bucks, per poi essere ceduto pochi istanti dopo ai Minnesota Timberwolves in cambio — ironia della sorte — proprio di Ray Allen, quello che due anni dopo avrebbe interpretato il suo alter ego cinematografico.
Stephon Marbury e il ghiaccio nero del Minnesota
L’arrivo di Stephon Marbury in Minnesota è quanto di più simile a un vero e proprio shock culturale in senso lato. Se a New York Stephon era abituato a una commistione di culture ed etnie diverse e in Georgia si era interfacciato con un background a quasi prevalenza nera, in Minnesota si trova davanti una comunità a netta maggioranza bianca, talvolta bigotta. Come se non bastasse, il clima del Minnie non rende semplice il suo ambientamento. Nel corso degli anni, Marbury avrebbe più volte parlato di svariati incidenti d’auto causati dal “ghiaccio nero” che si forma sovente nelle strade del Midwest.
A soli 19 anni, la grande speranza newyorkese, anche detto “Starbury” (soprannome datogli a 11 anni, perché già a quell’età Steph era destinato ad essere una stella), aveva paura di non farcela. Fondamentale si rivelerà l’apporto dato da Kevin Garnett, che già prima di ritrovare l’amico ai T-Wolves intratteneva con Steph lunghe corrispondenze telefoniche e cartacee. KG diventa presto il suo migliore amico e cerca di guidarlo nell’ambientamento, facendogli apprezzare i lati positivi del Minnesota.

Kevin Garnett e Stephon Marbury ai tempi dei Timberwolves. Fonte: Star Tribune via Getty Images / Star Tribune via Getty Images
Ma i due non sono solo legatissimi fuori dal campo, perché in campo sono quasi simbiotici. Si cercano e si trovano costantemente, compensandosi e completandosi a vicenda. Stephon è un solista naturale, una point guard alla Allen Iverson, sia per dimensioni che per predilezioni offensive e difensive, seppur poco più innamorato del gesto tecnico del passaggio rispetto ad A.I. Garnett, dal canto suo, corre il campo come una guardia, difende dal perimetro e nel pitturato come un ossesso e in attacco tende a fare più da rifinitore che da realizzatore principale.
Stephon Marbury chiude la sua stagione da rookie con 15,7 punti di media e 7,8 assist e, insieme a Garnett, porta per la prima volta nella storia i T-Wolves ai playoff nel 1997, prima di uscire contro i più esperti Houston Rockets.
A fine partita, Charles Barkley si avvicina ai due ragazzi per fargli i complimenti, ma soprattutto per accertarsi personalmente che i due rimangano assieme ancora per molto, perché, a sua detta, il futuro sarebbe stato loro. Stephon chiude quella serie con 21 punti di media e 7,7 assist, conditi da 1,8 rubate. Ha elevato il suo gioco rispetto alla regular season, è salito di tono quando contava. Dopo la serie, tutti parlano di lui e di Garnett come dei nuovi Stockton e Malone. Sono tutti entusiasti. Tutti, tranne proprio Stephon Marbury.
È contento, certo: d’altronde è in NBA, gioca con il suo migliore amico e ha realizzato il sogno ventennale della sua famiglia portandoli fuori dal ghetto. Ma qualcosa stride all’interno di questo quadretto idilliaco. Il Minnesota non gli piace. New York e il suo quartiere sembrano appartenere ad un’altra vita.
Eppure, ingoia il rospo. La seconda stagione sarà ancora migliore della precedente, con 17,7 punti e 8,7 assist di media. L’intesa con KG è telepatica. Ma Stephon continua, imperterrito, nelle sue personali elucubrazioni. Nel frattempo, Kevin diventa un All-Star e ha accesso di diritto al contratto faraonico che lo farà diventare “The Big Ticket“. Ed è qui che tra alcuni addetti ai lavori inizia a serpeggiare l’idea che Stephon inizi ad essere invidioso dell’amico e del contratto appena firmato, con Marbury diventato, di fatto, la sua spalla.
Rompere il ghiaccio
Come se non bastasse, la stagione NBA ’98-’99 stenta a partire a causa del lockout. La NBA raggiunge finalmente un accordo e la stagione si giocherà in forma ridotta. Stephon tiene una media di 17,7 punti e 9,2 assist; sta giocando divinamente eppure, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia della richiesta di trade da parte dello stesso numero 3 dei T-Wolves.
Stephon si era recato da Glenn Taylor, GM della squadra, per esporgli tutto il suo disagio implorandolo di cederlo. Vi ricordate il “ghiaccio nero” di cui parlavamo prima? Anni dopo, Stephon racconterà di un episodio in cui, passando su una lastra di ghiaccio, aveva perso il controllo dell’auto: mentre la macchina roteava, stava pensando “Se sopravvivo, me ne vado da qui”.
Dovremmo credere a questa versione dei fatti o è più probabile che Stephon non volesse fare da secondo a KG? Difficile dirlo. Da quel momento in poi, Stephon venne etichettato come un giocatore individualista, interessato solamente al proprio successo personale.
È così che, nel marzo del 1999, le preghiere di Stephon vengono esaudite. I Timberwolves lo spediscono ai New Jersey Nets. Marbury torna finalmente a casa, vicino alla sua amata East Coast, ma si porta dietro ombre ed etichette che lo avrebbero inseguito per il resto della carriera.
Stephon Marbury, il New Jersey non è New York
Stephon è pronto a iniziare una nuova vita. Eppure, non è tutto oro quel che luccica. I Nets di quel periodo non sono certo una squadra irresistibile. E per quanto Stephon viva nel New Jersey probabilmente il proprio peak di carriera, i risultati di squadra latitano.
Dopo i primi mesi di euforia dovuti alla trade, l’entusiasmo iniziale di Starbury inizia a spegnersi. È frustrato dalla situazione di squadra e incolpa se stesso per non riuscire a elevare i propri compagni. Durante uno scrimmage prima di una partita di metà dicembre, attaccato alle sue scarpe, ha un nastro adesivo con una scritta: “33, all alone” (33 era il nuovo numero scelto in quel dei Nets).
Altro giro, altra polemica. Stephon sta evidentemente criticando la pochezza del proprio supporting cast. O magari sta semplicemente ribadendo, una volta di più, il proprio pesante fardello, quello di essere un Atlante in abiti oversize, che dalla tenera età di 10 anni si sobbarca tutte le pressioni sulle proprie spalle, “all alone”, appunto.
Al di là delle polemiche, lui gioca in modo celestiale: incanta per primo passo, esplosività a ridosso del ferro e visione di gioco surreale. Ed è proprio insieme a Iverson che Stephon raggiunge uno dei picchi massimi della propria carriera. A 23 anni giocherà titolare nel suo primo All-Star Game. Per molti, l’edizione del 2001 è la più bella di sempre per pathos e intensità.
Davanti a sé, Stephon ha la maglia numero 21 dei T-Wolves di Garnett. Prima della partita i due si abbracciano, poi iniziano a darsele di santa ragione. La partita arriva in bilico a un minuto dalla fine, quando Stephon segna due triple, una in fila all’altra, che indirizzano il match verso la vittoria dell’Est. Qualche giorno dopo, ne segna 50 contro i Lakers di Shaq e Kobe. Sembra poter toccare il cielo con un dito. Niente di più sbagliato. A fine stagione non arriveranno i playoff.
Stephon Marbury torna a casa
Dopo un anno e mezzo ai Nets, si conclude la sua avventura nel New Jersey. Nell’estate del 2001 viene imbastita una trade che porta Jason Kidd ai Nets e Stephon ai Phoenix Suns. Ed è con questa trade che inizia uno dei grandi paradossi della sua carriera. Per tutti i suoi anni sul parquet si sarebbe portato dietro la nomea di giocatore troppo accentratore; eppure i Nets, con Kidd al posto di Stephon, avrebbero raggiunto due finali NBA, trasformandosi di colpo in contender. E lo stesso avrebbero fatto i Suns che, prendendo Nash al suo posto, avrebbero creato con Mike D’Antoni il leggendario sistema Seven Seconds or Less.
Insieme a Shawn Marion e Amar’e Stoudemire, forma un trio elettrizzante a Phoenix, in grado di approdare ai playoff nel 2003. Al primo turno i Suns si trovano davanti gli Spurs di Duncan e Stephon è veramente l’ultimo ad arrendersi: gioca 45 minuti di media su 48, con 22,7 punti, 5,6 assist e 4 rimbalzi.
Sembra essere l’inizio di qualcosa di importante. Ma nella stagione successiva i Suns non ripetono i fasti precedenti. Il GM gli comunica di essere stato scambiato ai New York Knicks. Stephon è amareggiato, vorrebbe ribattere, fino a quando non capta la parola magica: Knicks. Stavolta tornerà a casa, per davvero.

Stephon Marbury con la numero 3 dei New York Knicks. Fonte: Nathaniel S. Butler / NBAE/Getty Images
Stephon Marbury, dal “The Garden” al Madison Square Garden
Il giorno dell’esordio di Stephon al Madison Square Garden è da pelle d’oca. Il figliol prodigo è tornato. Il primo anno è, dal punto di vista statistico, probabilmente il suo picco assoluto in carriera. Mette a referto 21,7 punti di media, con i soliti fiumi di assist, stavolta condendo il tutto con il 57 per cento di True Shooting. Però, dal punto di vista difensivo, è sempre il solito Stephon: un impietoso -0,7 nel defensive box plus/minus. I Knicks non approdano ai playoff, in un copione già visto.
La stagione successiva, il front office pensa bene di mettere sulla panchina coach Larry Brown, l’uomo che aveva gestito Allen Iverson, ma anche l’architetto della fallimentare spedizione statunitense alle Olimpiadi del 2004, a cui lo stesso Stephon partecipa. Stephon avrebbe poi definito quell’esperienza al fianco di Brown come “i 38 giorni peggiori della sua vita”.
Coach Brown è un sergente di ferro e con Stephon non scocca mai la scintilla. Famoso resta il loro primo, vero alterco in allenamento, quando il coach chiuse la discussione con una lapidaria domanda retorica: “Alzi la mano chi ha passato, almeno una volta, il primo turno playoff.”
La stagione finisce in tragedia sportiva. Coach Brown viene allontanato. Potrebbe sembrare l’inizio di una qualche rivalsa, ma i Knicks di quegli anni sono una franchigia maledetta, dove tutto quello che può andare male, alla fine, andrà peggio. La parabola di Marbury nella Grande Mela si schianta in maniera tragica.
Il cuore di Stephon Marbury: una (quasi) rivoluzione da 14,98 dollari
Eppure, proprio nel bel mezzo dei suoi anni più bui a New York, emerge anche il lato più umano e incompreso del “paradosso Stephon Marbury”. Nel 2006, mentre gran parte della stampa lo dipingeva come l’emblema dell’egoismo, Stephon lancia una sua personalissima linea di scarpe: le Starbury. Il prezzo? Appena 14,98 dollari.
L’esatto prezzo a cui, da piccolo, aveva venduto un paio di sue sneakers per aiutare la famiglia. Da bambino, infatti, sognando di indossare un giorno le Jordan 1, aveva implorato la madre di comprargliele. Lei gli aveva risposto che spendere 200 dollari per un paio di scarpe avrebbe significato rinunciare a portare la cena in tavola. Divorato dal senso di colpa, Stephon decise di vendere le proprie scarpe e di dare il ricavato alla madre.
Stephon non aveva mai dimenticato né l’episodio con la madre né tantomeno la povertà dei projects di Coney Island, e voleva offrire ai ragazzini del ghetto una scarpa di qualità, per evitare che venissero rapinati o uccisi per strada per un paio di sneakers firmate. Per dimostrare che non si trattava di robaccia, iniziò a scendere in campo al Madison Square Garden calzando proprio le sue Starbury. Un gesto di profonda empatia, che strideva incredibilmente con la figura tossica che stava assumendo all’interno dello spogliatoio.

Le rivoluzionarie Starbury by Stephon Marbury da 14,98 dollari. Fonte: Peter Kramer / Getty Images
Purtroppo fu una rivoluzione rimasta a metà. Il progetto finì per naufragare schiacciato dalla bancarotta di Steve & Barry’s, l’azienda distributrice, e dal contemporaneo, inesorabile tracollo dell’immagine pubblica di Marbury.
L’orlo del baratro
A prendere le redini della squadra arriva Isiah Thomas. Il punto di rottura si consuma su un volo verso Phoenix. Accecato dalla rabbia, Marbury sgancia una bomba verbale davanti ai compagni minacciando di ricattare l’allenatore: “Ho così tanto materiale su Isiah, e lui lo sa… Pensa di potermi fottere, ma io fotterò lui per primo”. L’ammutinamento gli costa l’esclusione immediata.
Il destino ha in serbo un colpo ben più crudele. Il 2 dicembre 2007 il padre di Stephon, Don Marbury, viene colpito da un infarto mortale proprio in tribuna. Isiah Thomas viene informato tempestivamente, ma decide di non comunicarlo al giocatore fino al termine dell’incontro. È la rottura definitiva, umana prima ancora che sportiva.
Come se non bastasse, nel bel mezzo di una causa per molestie intentata da un’ex dirigente contro Isiah Thomas e i Knicks, Marbury viene trascinato nel fango. Chiamato a testimoniare sotto giuramento, è costretto ad ammettere un rapporto sessuale con una giovane stagista all’interno del suo SUV fuori da uno strip club. Il processo si conclude con una condanna milionaria per la franchigia.
Ridotto a un paria e bersagliato dai fischi, Marbury tocca il fondo con l’arrivo in panchina di Mike D’Antoni. Scavalcato nelle gerarchie, si rifiuta clamorosamente di scendere in campo. È la rottura definitiva: le parti arrivano a una gelida rescissione del contratto (il cosiddetto buyout).
Questa spaventosa somma di fallimenti fa precipitare Stephon in una grave depressione. È l’ultima spiaggia della sua carriera NBA. E se Kevin Garnett l’anno prima si era laureato campione NBA, lui, a soli 31 anni, poteva già dirsi un ex giocatore.
Stephon Marbury: Da New York con furore
Ma proprio quando il sipario sembrava calato per sempre, Stephon compie la scelta più imprevedibile della sua vita. Nel 2010 sbarca in Cina, nella CBA (Chinese Basketball Association), campionato spesso considerato il cimitero degli elefanti per le ex stelle americane. Per Marbury, invece, si rivela la terra della tanto agognata redenzione.
Lontano dai tabloid di New York, Stephon si immerge completamente nella cultura locale. Sveste i panni da primadonna: viaggia in metropolitana con i tifosi, abbraccia lo stile di vita pechinese e ritrova la purezza per quel gioco che lo aveva salvato dalle strade di Coney Island.
Il miracolo sportivo si compie con la maglia dei Beijing Ducks. Marbury domina il campionato e si trasforma in un vero leader, guidando la squadra alla clamorosa conquista di ben tre titoli nazionali (2012, 2014, 2015). In Cina, Stephon diventa un idolo assoluto, una sorta di imperatore. Pechino lo adotta al punto da dedicargli una statua di bronzo fuori dal palazzetto, un museo personale e persino la Green Card cinese per la cittadinanza, un onore rarissimo.

La statua in onore di Stephon Marbury a Pechino. Fonte: VCG / Visual China Group via Getty Images
Il celebre paradosso di Stephon Marbury trova così la sua insperata risoluzione: il ragazzo, cresciuto sognando di diventare il Re di New York tra la sua gente, ha dovuto viaggiare per oltre diecimila chilometri, fino in Estremo Oriente, per trovare finalmente la sua corona, ma soprattutto un popolo che lo accettasse per quello che era.

