Penny Hardaway-numero 1 dei Magic e dei what if

The Rose Effect: il proiettile che creò (e uccise) Penny Hardaway

Penny Hardaway è durato poco, tre anni sono pochi per chiunque. Eppure, a distanza di decenni, il suo nome riverbera ancora in ogni arena NBA. Come se l’onda d’urto di questo asteroide rifiutasse di evaporare.

Questa rubrica, dal nome The Rose Effect, Nasce per celebrare chi doveva dominare il mondo e che, per un motivo o per l’altro, si è infranto contro il peso delle aspettative proprie e altrui. In fondo, cosa c’è di più affascinante del perdersi nell’anatomia di un fallimento per domandarsi: cosa sarebbe successo se?

In questo spazio non cercheremo di dare risposte, ma di costruire un quadro tecnico e psicologico di queste meteore NBA arrivate dal nulla e scomparse nello steso modo. Esploreremo le loro cadute: ginocchia sbriciolate, cortocircuiti mentali, sadismi del fato. E analizzeremo le loro ascese e i loro crolli, con la speranza di farvi respirare parabole sportive che profumano, maledettamente, di tragedia greca.

Un proiettile esploso da un rapinatore dalla dubbia mira manca il bersaglio, morde l’asfalto e, violando chissà quale legge della fisica, colpisce ugualmente. Basterebbe questo frammento per capire che ci troviamo davanti a una sceneggiatura perversa, scritta dalla penna più esuberante di Alfred Hitchcock.

Penny, all’anagrafe Anfernee, e Desmond crescono a Memphis, Tennessee. Binghampton. Un quartiere dove l’aria odora di piombo, cemento bagnato e sirene in lontananza. Sono gli anni ’80, Ronald Reagan è alla Casa Bianca e la parola “computer” inizia a serpeggiare per il mondo. Ma a Binghampton l’unica vera priorità è arrivare a domani. Anfernee lo sa bene. Sua madre è fuggita a Oakland per inseguire la chimera di diventare una cantante, lasciandolo alle cure di nonna Louise. Un pezzo di signora afroamericana dai capelli grigi e dalla forza incontenibile. È lei a ribattezzarlo “Pretty”. Anche se la spessa inflessione del sud trasforma ben presto quel nomignolo in “Penny”.

Lui e Desmond, detto “Dez”, vivono in simbiosi, uniti dall’ossessione per il basket scoppiata quando nonna Louise ha regalato a Penny il suo primo pallone. È un salvacondotto, un’assicurazione sulla vita contro le gang. A dodici anni, Penny è già il padrone assoluto del campetto. Uomini fatti e finiti lo pagano per tenersi il posto al “chi vince regna”. Il quartiere, da minaccia, si fa scudo. Gioca nove ore al giorno, sul cemento rovente d’estate o sotto l’acqua gelida di novembre. Dimentica persino di mangiare; è Louise a passargli dei panini attraverso la rete arrugginita del playground.

Al liceo, le strade si biforcano. Penny arriva a sfiorare i due metri, mantenendo inspiegabilmente la fluidità di una guardia. Sviluppa un istinto predatorio ingiocabile. Dez, invece, resta normale. In altri posti nascerebbe l’invidia, non in questo. Quando il divario si fa abissale, Dez fa un passo indietro.

Un pomeriggio, passandogli un pallone ormai senza grip per l’ennesima volta, lo fissa negli occhi: «Ora fagli il culo, fratello. Gioca per me, gioca per Binghampton. Fagli vedere chi siamo». È un’investitura. Penny carica sulle spalle Memphis e domina per tutta il circuito delle superiori. Le offerte dai migliori college piovono, ma lui sceglie i Tigers della sua città per restare a casa.

Ma c’è un ostacolo. Se le superiori chiudono un occhio sui risultati scolastici, la NCAA non fa sconti. Penny fallisce clamorosamente l’ACT. Passa il suo anno da freshman in borghese, inchiodato in tribuna. Ridimensiona le ore di basket, si chiude sui libri e, contro ogni aspettativa, supera il test brillantemente finendo dritto nella Dean’s List, la lista su cui ogni aspirante accademico statunitense vorrebbe finire.

All’interno di questa storia manca però un ultimo, fatale intoppo. Memphis, piena notte. Penny è in strada con il cugino LaMarcus. Un’auto inchioda. Scendono in quattro, armati. Urlano “Faccia a terra”. L’acciaio freddo di una canna di pistola preme sulla nuca di Hardaway. I ladri arraffano contanti, gioielli e persino le scarpe. Fuggono. Durante la corsa, uno di loro preme il grilletto alla cieca. Il proiettile scheggia l’asfalto e finisce per conficcarsi inspiegabilmente nel piede destro di Penny, frantumando tre ossa.

Corsa in ospedale. Piedi nudi e insanguinati. In clinica piomba anche Dez. Il terrore che strozza i due ragazzi non riguarda la vita di Penny, ma le sue gambe. Togliergli il basket significa ucciderlo.

L’operazione riesce. Poi, i mesi sotto i neon asettici della degenza. Sdraiato in diagonale in un letto d’ospedale troppo corto per lui, Penny fissa il soffitto. Il rumore sordo del pallone lanciato in aria e ripreso dalle sue stesse mani scandisce le ore in quel silenzio ovattato. È lì che, con il senno di poi, deve formulare un patto faustiano: non permetterà mai più ad un infortunio di rubargli il parquet. A costo di forzare la mano al fato. A costo di farsi esplodere il corpo.

Penny torna in campo ed è una forza della natura. Trascina i Tigers alle Elite Eight. I tabellini della sua annata da junior sono veri e propri referti autoptici per le difese avversarie: 23 punti, 8 rimbalzi e 6 assist ad allacciata di scarpe. Nessuno sa come arginarlo.

Il balzo verso i pro passa dai riflettori del set di Blue Chips. Viene scelto per affiancare Shaquille O’Neal all’interno del film. Shaq però non sa chi sia Penny; pensa sia un mestierante preso per le riprese. Ma quando la palla inizia a rimbalzare per davvero, O’Neal resta folgorato. Hardaway gioca un basket celestiale, accarezzando la sfera solo per innescare le schiacciate del compagno.

Al Draft ’93, Orlando detiene la prima scelta e ha già il cappellino pronto per Chris Webber. Shaq ricatta la dirigenza: o prendete Penny, o faccio le valigie alla scadenza. Quando Stern annuncia lo scambio tra Webber e Hardaway, inizia lo Showtime in salsa Florida.

A Orlando esplode la follia. È un contrasto brusco a dir poco: il buio e i ferri arrugginiti di Memphis lasciano il posto allo stridio delle scarpe nuove sul parquet scintillante. Hardaway impone un ritmo tribale, senza pause. Shaquille è il centro di gravità permanente, ma il giocatore che il pubblico brama di vedere è il numero 1, con il suo primo passo impercettibile e linee di passaggio immaginifiche. La Nike fiuta il sangue e partorisce “Li’l Penny”, l’alter ego sboccato doppiato da Chris Rock, il cui successo globale creerà non poche invide da parte di O’Neal.

Nella stagione 1994-95 i Magic vincono 57 partite, Penny finisce terzo nella corsa per l’MVP e, coadiuvato da Shaq, compie il sacrilegio ai playoff: schiantano i Bulls di Michael Jordan. Orlando vola alle Finals contro i Rockets di Olajuwon.

Poi, l’architetto del fato torna al lavoro. Gara 1, Orlando Arena. Magic a più tre a dieci secondi dalla fine. Houston manda in lunetta Nick Anderson. Sbaglia il primo. Sbaglia il secondo. Cattura miracolosamente il rimbalzo offensivo. Subisce fallo. Sbaglia il terzo. Sul volto di Anderson spunta un sorriso obliquo, una sorta di paresi nervosa che trasuda panico. Il palazzo ammutolisce. Sa già cosa accadrà. Sbaglia anche il quarto. Houston pareggia allo scadere, vince all’overtime e rifila ai Magic un 4-0 senza repliche. Quei ferri scheggiati da Anderson disintegrano la psiche di Nick ma anche quella di una dinastia mai davvero nata.

L’estate successiva si consuma l’harakiri. Shaq è free agent. La dirigenza gioca al ribasso per non intaccare lo spazio salariale futuro che servirà per rifirmare Penny. Hanno di fatto scelto il loro nuovo uomo franchigia. L’ego di O’Neal non lo accetta e decide di sposare la causa dei Lakers. Hardaway rimane solo al comando di una nave che inizia ad imbarcare acqua.

Ed è qui che il patto sussurrato tra i neon di quella clinica di Memphis presenta il conto. Playoff ’96, contro i Pistons. Joe Dumars lo colpisce dietro il ginocchio sinistro. Il dolore è sordo, nitido, ma Penny rifiuta di fermarsi. Il terrore di tornare su un letto d’ospedale lo divora al punto da giocare senza risparmiarsi tutte le Olimpiadi di Atlanta. Al training camp il referto medico a quel punto è prevedibile: grave lacerazione al menisco. L’odore di disinfettante della sala operatoria torna a perseguitarlo. Ignora i medici. Rientra in anticipo. Il ginocchio cede. Torna sotto i ferri. Cede di nuovo. Sei interventi chirurgici gli atrofizzano il quadricipite, amputandogli di fatto il talento.

Scambiato a Phoenix, poi a New York e Miami per un ultimo ballo con Shaq, Hardaway si trasforma nel fantasma del giocatore che era. Quando parcheggia, gli servono quindici minuti solo per distendere la gamba fuori dall’auto; è costretto a sottoporsi a siringhe di cortisone pur di mascherare l’agonia prima della palla a due; è finita. Annuncia il ritiro.

Anfernee “Penny” Hardaway resta la più struggente anomalia incompiuta del basket moderno. Kobe, prima di Kobe, come lo definirà O’Neal anni dopo. Eppure, il suo Viaggio dell’Eroe non finisce nell’oblio di una cartella clinica. Quando la sfortuna si prende tragicamente la vita di Desmond a causa di una brutta malattia, il mondo di Penny si capovolge. Cedono le cartilagini, sfiorisce l’atletismo, ma il legame di sangue e asfalto stretto a Binghampton urla il suo nome.

Aveva promesso a Dez che, se gli fosse successo qualcosa, avrebbe preso il suo posto e allenato i suoi ragazzi. L’eroe deve tornare a casa. Hardaway fa i bagagli e rientra nel buio del suo vecchio quartiere. Inizia ad allenare la squadra liceale e la porta a vincere 3 campionati. Trasforma le sue cicatrici fisiche in un’ancora di salvezza per i ragazzi che calpestano il suo stesso asfalto. Mantiene la promessa fatta a Dez. Il prodigio fermato da un proiettile cieco chiude il cerchio: toglie i ragazzini dalla strada e, nel passargli la palla per un’ultima volta, salva se stesso.

Fonte immagine: NBA