Pistol Pete Maravich: Il marziano venuto in villeggiatura sulla Terra

Pistol Pete Maravich: Il marziano venuto in villeggiatura sulla Terra

Pistol Pete Maravich e la sua personale rivoluzione copernicana portata bene oltre i confini della realtà

Lunga chioma di capelli arruffati, lineamenti delicati che tradivano un’evidente origine slava e calzettoni indossati rigorosamente fino alle ginocchia. Aggiungeteci una visione del mondo a dir poco pittoresca e un talento nel dipingere pallacanestro sul parquet che il grande Naismith – sempre sia lodato – non sarebbe riuscito a immaginare neanche in dieci vite.

Niente preamboli in punta di piedi. Entriamo a gamba tesa nella vita di un uomo del tutto unico nel suo genere: Pistol Pete Maravich.

Questo figlio di seconda generazione della madre Serbia fu tra i giocatori più incredibili ad aver mai calcato un palcoscenico NBA. Non necessariamente il più forte in assoluto, ma quasi certamente quello ad aver ricevuto in dote più talento da Nostro Signore.

Pete era figlio di un ex pilota di aerei militari che, per amore della moglie Helen (già rimasta vedova del primo marito), aveva lasciato la divisa per darsi anima e corpo alla sua vera passione: la pallacanestro. Come coach, Pres Maravich non ottenne il successo che forse avrebbe meritato. Eppure, un traguardo prestigioso lo raggiunse durante i suoi anni passati a disegnare schemi sulla lavagnetta: arrivò ad allenare un futuro All-American. Suo figlio, Pete.

Pres aveva un sogno: fare del proprio ragazzo il giocatore più forte ad aver mai tenuto un pallone in mano. Avete presente quei padri che mettono la palla in mano ai figli fin dalla culla? Ecco, per essere sicuro, Pres quella palla a spicchi l’aveva data in mano a Helen già durante i primi mesi di gravidanza. Così, giusto per abituare il piccolo al tocco.

Da ragazzino, il giovane Pete era costretto a palleggiare ovunque, persino fuori dal finestrino della macchina in corsa guidata da suo padre, per abituarsi a non guardare mai la palla. Gli allenamenti erano estenuanti, duravano ore. Una volta suo padre lo costrinse a palleggiare in mezzo a un palazzetto completamente buio; un’altra volta bendato e con dei grossi guanti in mezzo alla neve, di notte. Eppure, Pete palleggiava. Alla fine ci riusciva sempre.

Gli allenamenti di papà erano duri, talvolta incomprensibili, ma il giovane talento non li avrebbe mai rinnegati. Quel ragazzino con un cespuglio di capelli in testa diventava ogni giorno più forte. Per testarlo, il padre gli mandava contro i senior della High School e Pete, a soli dieci anni, spesso dava loro sonore lezioni. Una sola parola: predestinato.

Il ragazzo cresceva in altezza, ma il fisico e soprattutto le braccia rimanevano esili. Per questo motivo, quando doveva tirare – e tirava spesso – era costretto a far partire il pallone non dal gomito, bensì dall’anca destra, come se dovesse estrarre un’arma dalla fondina durante un duello tra cowboy nel vecchio West. Era nato Pistol Pete. E come insegna l’avvocato Federico Buffa:

“Se un soprannome te lo danno bene, è il più grande regalo che possano farti.”

Nel frattempo, papà Pres aveva ottenuto l’incarico da coach alla Louisiana State University (LSU), riuscendo a far concedere al figlio una borsa di studio. A livello collegiale, Pistol Pete giocò quattro anni che difficilmente potrebbero essere spiegati senza l’ausilio delle immagini. Avrebbe chiuso l’anno da senior con l’incredibile media di 44 punti a partita. Ricordiamoci che all’epoca non esisteva ancora il tiro da tre punti, eppure la maggior parte delle sue conclusioni partiva da 8 o 9 metri. Un pioniere assoluto del gioco.

L’NBA arrivò presto a bussare alla sua porta. Scelse Atlanta e la maglia numero 44. Perché proprio quel numero? Ovviamente come i punti di media del suo ultimo anno al college. Cosa vi aspettavate da uno cresciuto per essere il migliore, umiltà e scarsa personalità? Eppure, il Pistol Pete che iniziò a giocare tra i professionisti non si sarebbe mai più avvicinato alle vette del college.

Ad Atlanta gli anni trascorsero in maniera abulica. Non c’era più quella luce che aveva incantato l’America. Pistol Pete segnava – quello lo avrebbe fatto per sempre – ma non vinceva mai nulla di rilevante. Complice una scarsa propensione alla leadership, la sua stella sembrò eclissarsi, sul campo e nella vita privata.

A 25 anni perse la madre per suicidio. Si rifugiò nell’alcol, smettendo di fidarsi del mondo. Iniziò a vivere nascosto dagli sguardi, allontanando tutti, compreso papà Pres. Si fece crescere la barba da eremita, si avvicinò a teorie complottiste e iniziò a credere agli UFO. Di quel ragazzo che palleggiava con i guanti nella neve sembrava non essere rimasto nulla.

Ma la sua parabola nel basket non era ancora finita. Pistol Pete decise di lasciare Atlanta per accasarsi a New Orleans, con i Jazz. Lì iniziò una vera e propria seconda vita. Via la barba e via il numero 44: da quel momento avrebbe indossato il numero 7.

Il 7, numero della completezza e dei doni dello Spirito Santo. Proprio in quel periodo, infatti, Pete si era convertito al cattolicesimo. A New Orleans ritrovò sé stesso e incantò di nuovo l’America. Furono gli anni della sua rivoluzione copernicana. Leggende come Magic Johnson, Dražen Petrović e, oggi, Stephen Curry si sono ispirate a lui: senza l’influenza di Pistol Pete, non avremmo mai visto il basket che giochiamo oggi.

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, Pistol Pete faceva cose mai viste prima: passaggi no-look o dietro la schiena, tiri da distanze siderali, entrate controtempo ed eleganti coast-to-coast. Spesso, quando scoccava un tiro da fuori, non guardava nemmeno il canestro. Sapeva già come sarebbe andata a finire. Voleva essere regista, sceneggiatore e attore protagonista di ogni singola partita.

Un giorno di febbraio del 1977 ne mise a referto ben 68 al Madison Square Garden contro i Knicks. Vinse la classifica marcatori di quell’anno con 31 punti di media. Fu la sua migliore stagione in NBA. Ma il suo fisico era fragile. Prima dell’avvento degli anni ’80, Pistol Pete era già un ex giocatore, non prima però di aver fatto un’ultima comparsata ai Boston Celtics al fianco di un giovane biondo appena arrivato dal Draft: un tale Larry Bird.

Pete appese le scarpe al chiodo senza troppi rimpianti, ma con un velo di tristezza: non era diventato il giocatore più forte del mondo come sperava il padre.

Otto anni dopo il ritiro, nel 1988, Pistol Pete esalò l’ultimo respiro. Si trovava in una palestra liceale per una partita amichevole con alcuni giornalisti. Si mise a giocare come non faceva da tempo. Era tornato il marziano. La palla partiva ancora dall’anca destra e il canestro, dopo ogni retina bruciata, non veniva degnato di uno sguardo.

A un certo punto si avvicinò a una fontanella per bere. Quello fu l’ultimo sorso della sua vita. Si accasciò al suolo, esanime sul parquet, con la palla al fianco.

L’autopsia rivelò una verità clinica spaventosa: a Pistol Pete mancava la coronaria sinistra fin dalla nascita. Scientificamente, non avrebbe dovuto superare gli 8 anni di vita. Eppure, quel cuore sottoposto agli allenamenti disumani del padre aveva resistito per 40 anni, permettendogli di mostrare al mondo una pallacanestro mai vista prima.

Era la fine di un uomo destinato dalle stelle a cambiare per sempre l’estetica di questo sport. Apparso dal nulla e tornato nel nulla, finendo esattamente dove tutto era iniziato: su un campo da basket.

Fonte immagine in evidenza: By Robert Kingsbury – The Sporting News Archives, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36222452